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- LACAN E LE CONCEZIONI CLASSICHE DELLA PSICHIATRIA:

- I DISTURBI ALIMENTARI DAL PUNTO DI VISTA PSICOANALITICO

- In Zygmunt Bauman, Dentro la globalizzazione. Le conseguenze sulle persone, Laterza, 2001, Bari.

In quest’opera, Bauman sviluppa la dialettica globale/locale che si è andata via via sviluppando. Nel processo in atto la finanza e l’informazione giocano un ruolo fondamentale; infatti, se da un lato tendono ad uniformare il globo, dall’altro promuovono la differenziazione delle condizioni di vita delle diverse popolazioni, contemporaneamente uniscono e dividono e annullano la possibilità di azione di ampi strati sociali.
Tempo e classe. Bauman inizia questo testo con le parole di Dunlap “L’impresa appartiene alle persone che investono in essa, non ai dipendenti, ai fornitori e neanche al luogo in cui è situata”. Insomma, sono i globali a fissare le regole del gioco e il vero potere è nelle mani degli investitori. Inoltre questi ultimi non sono legati al alcuno spazio, sono il solo fattore realmente libero, libero di muoversi in tempi brevissimi e senza preavviso. Anche l’impresa quindi è libera di muoversi, ma le conseguenze dei suoi trasferimenti sono destinate a permanere nel tempo, anche perché chi è libero di muoversi è anche libero dal preoccuparsi delle conseguenze. Le nuove gerarchie si costruiscono in base al fattore della mobilità; infatti, la mobilità degli investitori è indicativa della nuova e sempre crescente divaricazione tra potere e obblighi sociali.
Tendono a svanire i doveri che gli investitori dovrebbero avere nei confronti dei dipendenti, dei giovani e dei più deboli. Non ci sono più limiti, che risultano invece fondamentali perché si possano creare confini, separazioni e quindi riconoscimento degli altri, dei diversi. Tende a scomparire l’incontro con l’alterità, che è un’esperienza che mette alla prova: da essa nasce la tentazione di annullare le differenze usando la forza, ma anche la sfida della comunicazione, come sforzo che si rinnova costantemente. I capitalisti e gli intermediari, grazie alla nuova mobilità, non devono fronteggiare limiti. Sono pochi e rari i limiti imposti loro per via amministrativa, e ci sono molte pressioni per ridurli sempre più o addirittura eliminarli del tutto. Anche se l’alterità si facesse sentire con forza con il conseguente costo di impegno di risorse e negoziati per il capitale, quest’ultimo avrebbe poche difficoltà nel cercare un ambiente più ospitale, che non opponga resistenze. In quest’ottica, le distanze non hanno più importanza. (“Vicino” è ciò che è usuale, familiare, è lo spazio nel quale raramente ci si sente sperduti; “lontano” è lo spazio nel quale si entra di rado, nel quale accadono cose incomprensibili e imprevedibili, alle quali non si sa come reagire. La dialettica vicino/lontano richiama anche a quella certezza/incertezza).
Tra i fattori tecnici responsabili della mobilità, ha giocato un ruolo fondamentale la circolazione dell’informazione, una circolazione che non ha bisogno, o solo in minima parte, del movimento di corpi e cose. L’informazione, risultando slegata, ha viaggiato ad una velocità più rapida di quella dei corpi su cui si formava. Le distanze, infine, sono completamente svanite con l’avvento della nuova rete mondiale di computer (WWW).
Come conseguenze del venir meno delle distanze e delle diversità, vi sono la fragilità e la breve vita delle comunità; oramai, le comunicazioni all’interno delle comunità non godono più di alcun vantaggio rispetto a quelle tra comunità.
La flessibilità sociale dipende dalla capacità di dimenticare e da comunicazioni a basso costo; ciò vuol dire sapersi liberare in fretta di un eccesso d’informazioni ricevute. Poiché le informazioni ci arrivano molto velocemente, e le capacità dei nostri sensi e del nostro cervello sono rimaste le stesse, le comunicazioni a basso costo piuttosto che rafforzare e nutrire la nostra memoria, la intasano.
Oggi, la spazialità delle società non è più come quella delle società tradizionali, dove era organizzata secondo le capacità del corpo umano (metafore: i conflitti si svolgevano faccia a faccia, … a viso aperto, … occhio per occhio, dente per dente, … spalla a spalla, … mettersi a braccetto, … mano nella mano, … un passo alla volta). Lo spazio, attualmente, è uno spazio artificiale (non naturale), mediato da strumentazioni (non immediato), razionalizzato (non comunitario) e nazionale (non locale). Vi è una nuova dimensione del mondo umano, lo spazio cibernetico. Questo è caratterizzato dall’assenza di dimensioni spaziali e da una temporalità immediata.
Questo annullamento tecnologico delle distanze spazio-temporali piuttosto che rendere omogenea la condizione umana, tende a polarizzarla. I potenti hanno bisogno della sicurezza dell’isolamento, di una condizione di non vicinato, di essere immuni da interferenze locali. Questo processo di de-territorializzazione del potere, paradossalmente, avanza man mano con la sempre più rigida strutturazione del territorio. E da qui, il boom degli “spazi di interdizione” costruiti allo scopo di isolare materialmente la nuova élite dalla località in cui si trova; gli spazi pubblici vengono sostituiti da spazi di aggregazione del pubblico prodotti da privati, spazi destinati al consumo: i centri commerciali, per esempio, oggi sempre più numerosi, sono costruiti in modo da far circolare la gente, da tenerla occupata e divertita continuamente, ma non troppo a lungo; infatti sono concepiti in modo da non incoraggiare a fermarsi, a guardarsi a vicenda, a parlarsi, a pensare, discutere di qualcosa che sia diverso dagli oggetti in mostra. Le élite hanno scelto l’isolamento e per ottenerlo pagano generosamente. Per questo, il territorio urbano diventa il capo di battaglia di una continua guerra per lo spazio, e molto spesso si degenera attraverso scontri urbani, contrasti con la polizia, risse dentro e fuori gli stadi calcistici. I residenti delle aree “tagliate fuori”, quando sono privati di potere, reagiscono con azioni aggressive nel tentativo di elevare ai confini del loro territorio ghettizzato, segnali di divieto d’accesso. Oppure, per far ciò, adottano rituali, vestono in maniera stravagante, assumono atteggiamenti bizzarri, trasgrediscono alle regole, distruggono tutto ciò che gli capita a tiro, sfidano la legge. Il guaio è che attuano comportamenti non autorizzati, e quindi vengono classificati come violazioni della legge o attentati all’ordine pubblico. In realtà, sono il tentativo di rendere visibile e leggibile le proprie pretese sul territorio. L’arroccamento di certe fortificazioni da parte delle élite e gli atti d’aggressione da parte di chi resta fuori dalle mura, non fanno altro che rafforzare reciprocamente i loro effetti. La differenza tra il decidere di essere assertivi o remissivi significa semplicemente l’alternativa tra la dignità e l’umiliazione, tra il restare uomini o cessare di esserlo.
Quali sono gli effetti sull’etica, dell’abolizione degli spazi pubblici? Nei luoghi di riunione si creavano anche norme, criteri comuni e condivisi di valutazione. L’assenza di questi spazi offre alle persone scarse possibilità di poter discutere di norme, mettere a confronto valori, scontrarsi e negoziare. Oggi i giudizi possono solo provenire dall’alto e i verdetti sono indiscutibili.
Guerre spaziali: una cronaca. La distanza che oggi definiamo in termini oggettivi, un tempo era misurata dai corpi e dai rapporti umani (in piedi, manciate o braccia; oppure in cesti o vasi; o ancora misurando in giornate). Ovviamente queste misure non erano mai uguali tra loro. I governanti iniziarono a farsi pagare le tasse in moneta e non attraverso i prodotti agricoli, perché la moneta non dipendeva dai costumi locali. E poiché mancavano misurazioni oggettive dei terreni, le imposte indirette erano tra i mezzi per ottenere reddito.
Per questo motivo la trasparenza dello spazio è diventato uno degli aspetti centrali nella battaglia per la conquista della sovranità, dove l’obiettivo principale era di assoggettare lo spazio sociale a un’unica mappa, ufficialmente approvata e patrocinata dallo stato. Un punto di svolta si è avuto con la nascita della prospettiva nella pittura, perché con la prospettiva non contava più chi guardasse l’opera. Infatti si dava per scontato che qualsiasi fosse stato l’osservatore, avrebbe visto esattamente la stessa relazione spaziale tra gli oggetti. Da allora in poi, la disposizione delle cose non sarebbe più dipesa dalla qualità dell’osservatore, ma dal punto stesso di osservazione, perfettamente misurabile, iscritto in uno spazio libero dai valori sociali e culturali, e dalle persone. La caotica diversità delle mappe dell’età premoderna andava sostituita con la totale trasparenza e leggibilità del mondo. La posizione dominante doveva rendere la propria situazione e il proprio comportamento un’incognita, impenetrabile e, allo stesso tempo, costante, regolare e prevedibile quella degli altri settori. Esempio emblematico di tale modello è quello del Panopticon elaborato da Focault (i supervisori erano posizionati nella torre centrale e gli ospiti nelle ali della costruzione a stella. In tale posizione gli ospiti sono costantemente e completamente visibili, mentre i controllori sono del tutto e sempre invisibili).
Ma i potenti dello stato moderno invece di creare uno spazio nuovo, dovevano accontentarsi di una soluzione diversa: disegnare lo spazio su mappe facilmente leggibili e interpretabili dall’amministrazione statale, e contemporaneamente privare i locali dei mezzi di orientamento. Il secondo obiettivo era quello di dare una nuova forma fisica allo spazio, modellandolo dal niente per somigliare alla mappa. La modernizzazione doveva portare al monopolio dei diritti cartografici. Questo si ottiene più facilmente se la mappa precede il territorio (cioè se la città è una proiezione della mappa sullo spazio). Ma le città del passato avevano troppi difetti, per cui era più ragionevole raderle al suolo, liberando lo spazio per costruire nuove città pianificate in anticipo in ogni dettaglio.
Sennett è stato il primo a denunciare la caduta dell’uomo pubblico, descrivendo gli orrori introdotti nella vita della gente per poter realizzare piani astratti di sviluppo e rinnovamento. L’obiettivo della trasparenza comportava un alto prezzo da pagare: l’identità, perché la monotonia e la purezza dello spazio costruito artificialmente privava le persone della possibilità di dare un senso alle cose, e quindi di conoscenze necessarie ad affrontare i problemi e a risolverli. Il primo ingrediente per una buona città è offrire alla gente la possibilità di assumersi la responsabilità delle proprie azioni, e non un mondo di sogni, armonia e ordine prestabiliti. Possono affrontare le proprie responsabilità solo coloro che imparano ad agire in un quadro di ambivalenze e incertezze, nate dalla diversità e dalla varietà; divengono maturi coloro che hanno bisogno dell’ignoto, sentendosi non completi. Le città americane analizzate da Sennett mettono in evidenza le stesse caratteristiche: il sospetto verso gli altri, l’intolleranza per la diversità, l’ostilità per gli estranei e la pretesa di separarsi da loro e di bandirli, la preoccupazione isterica e paranoica per la legge e per l’ordine. Questo perché c’è assenza di diversità, l’uniformità nutre il conformismo e l’altra faccia del conformismo è l’intolleranza. In località abitate da situazioni omogenee è molto difficile acquisire le capacità necessarie per fronteggiare la diversità e le incertezze, ed è troppo facile temere gli altri perché non familiari e le cui azioni sono imprevedibili e difficili da valutare. Nell’età postmoderna la paura è cresciuta sempre più, e l’evitarsi e lo star separati sono diventate le principali strategie per sopravvivere: non è più questione di amare o odiare il prossimo, quanto il tenerlo il più possibile distante, così da non dover neanche scegliere se amarlo o odiarlo.

dott.ssa Giorgia Tisci (16 ott. 2008)

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Aggiornato: Novembre 29, 2016 13:52