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Società Italiana per la Psicopatologia Fenomenologica  Rivista Comprendre  Scuola di Psicoterapia e Fenomenologia Clinica
 



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- Che significato ha quell’Immagine?

- SPUNTI DI RIFLESSIONE SULLA TOSSICOMANIA

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Attraverso una serie di studi, da un punto di vista linguistico, si è costatato che i soggetti malati di patologie mentali parlano e scrivono allo stesso modo dei soggetti “normali”, anche se proprio il loro modo di parlare e scrivere risulta spesso estraneo e incomprensibile. Accade che nonostante nei malati psichici non siano presenti  deviazioni o trasgressioni di nessuna delle regole linguistiche, vi sia però un muro di apparente incomunicabilità. Quest’ultima è presente anche nella relazione col terapeuta, soprattutto all’inizio del percorso analitico. Ciascuno parla del proprio mondo, ma nessuno è in grado di andare a vedere direttamente il mondo vissuto dell’altro; vi è però qualcosa che li accomuna: la parola, con cui ognuno descrive il proprio mondo. Il linguaggio, in questo senso, risulta essere lo specchio comune attraverso il quale ciascuno può esaminare il proprio mondo e confrontarlo con quello altrui. E solo così,  osservandosi nello specchio comune del linguaggio, che ciascuno può avere un vissuto privato. Come Ulisse che interroga continuamente se stesso, spesso senza darsi risposta: non sa dove sta, né quanto cammino ha fatto, né quanto ancora resta da farne per Itaca. Ulisse si racconta, e ascolta gli altri che lo raccontano. Ed è nel racconto, con gli altri e per gli altri, che Ulisse si costruisce la sua identità. Inoltre, il linguaggio-specchio ha la caratteristica di poter contenere legittimamente molteplici modi e stili di vita e di pensiero; la sua grammatica traccia dei confini entro i quali possono esserci infiniti comportamenti verbali. E per il terapeuta non c’è una sola lingua, ma strati di significazione che corrispondono ai diversi livelli evolutivi che hanno fondato la complessità psichica di ciascun individuo. Il clinico lavora con una lingua che serve a dialogare, anche se non è facile e immediato individuare il corretto livello a cui far avvenire la comunicazione; sa di dover sottoporre il linguaggio alle regole della realtà, ma al tempo stesso deve mantenere i valori della realtà in contatto con il progressivo costituirsi della mente individuale.  Inoltre, è importante sottolineare come nel lavoro psicoterapeutico non è tanto importante analizzare i contenuti singoli di ciò che il paziente dice, quanto il modo in cui questi contenuti si dispongono. In più, l’effetto perturbate dell’altro crea un suo spazio semantico in ogni comunicazione, che a sua volta è strettamente legato alla radice affettiva di ogni parola. Il terapeuta risulta, allora, come potenziale rivelatore delle articolazioni soggettive del linguaggio dell’altro; possibilità, questa, che affonda le sue radici nel legame empatico che permette al clinico di potersi connettere agli altri in una relazione di comprensione.
Il linguaggio ha attraversato diverse tappe nel corso della sua storia. Prima che il linguaggio parlasse per identità e differenze, in cui una parola significa una cosa e non un’altra, esisteva un linguaggio simbolico dove una parola può significare tante cose. Tale linguaggio consente di comunicare solo all’interno di un gruppo che condivide una particolare decisione collettiva che fissa le connessioni dei significati.
Con l’avvento della filosofia si ha il superamento delle oscillazioni semantiche e a regolare il linguaggio c’è il principio di non contraddizione secondo cui una cosa è se stessa e non altro. È soppressa ogni ambivalenza simbolica e il significato e il significante sono affidati a un sistema di regole di controllo. Non è più il gruppo che parla ma è il linguaggio stesso che parla.
Con l’avvento della scienza, tutto ciò diventa definitivo e vengono tralasciati tutti i possibili sensi non contemplati dalle anticipazioni matematiche. La ragione matematica detta le leggi e decide le modalità con cui le cose devono apparire per essere riconosciute nella loro oggettività. Qui il soggetto non è l’io condizionato psicologicamente ma l’io intersoggettivo che articola il proprio discorso in base alle anticipazioni matematiche adottate. Il soggetto diviene, allora, un funzionario di un linguaggio che lo trascende e che si recita da solo. Dove è finito allora il simbolo? Il fatto è che tale linguaggio non può tollerare oscillazioni di senso e di significato perché la scienza è nata proprio per bloccare le basi discorsive, attraverso l’equivalenza di un significato con se stesso che sopprime l’ambivalenza tipica di ogni espressione simbolica.
A questo punto la pratica analitica può proporsi come linguaggio codificato che si dispone ad ascoltare? Che cos’è il suo interpretare e comprendere se l’oggetto delle sue interpretazioni, “la follia”, è definito proprio dal suo esser fuori dal sistema di convenzioni su cui si edifica il linguaggio della scienza? Allora, come sostiene Jung, la psicologia deve abolirsi come scienza ed è  proprio così facendo che raggiunge il suo scopo scientifico. Però, a questo punto, non va contrapposto il linguaggio simbolico al linguaggio codificato, perché prodursi in puro linguaggio simbolico significherebbe perdere la propria storicità e quindi la prima condizione per una comunicazione possibile. Allo stesso tempo restare all’interno delle convenzioni di un linguaggio codificato, significherebbe lasciare l’alienato nella sua definitiva lontananza. Bisogna allora mettere in comunicazione simbolo e segno, trasgredire alla scienza nel procedere oltre i segni codificati e chiamare il simbolo il più possibile alla produzione di senso. Accade allora che il linguaggio scientifico non protegge e quello simbolico non invade, e solo così può iniziare il dialogo tra segni e simboli.
Tutto ciò perché la follia non è una malattia senza senso e il delirio risulta essere sempre una costruzione di significato, con la quale il terapeuta  deve trovare un innesto e ripristinare un canale dialogico col paziente. Il difficile sta nel comprendere il racconto di questi soggetti, che spesso non è un vero e proprio racconto, anzi la loro narrazione diviene un racconto impossibile perché apparentemente senza trama, senza soggetto e senza spazio.  La persona delirante e allucinata con cui il clinico cerca di parlare è altrove, è distratta, il suo sguardo  è obliquo, la sua reazione non è pronta, rimugina, risponde a qualcun altro ed è per questo che risulta essere così difficile immettersi sul canale comunicativo di tali soggetti, un canale altro e spesso inafferrabile. Allora, per poter sperare di parlare con lo psicotico bisogna prima di tutto credere alle sue parole e al suo vissuto; poi, forse, viene anche tutto il resto.

BIBLIOGRAFIA

Di Petta, G. Il Mondo vissuto. Edizioni Universitarie Romane, Roma, 2003.
Galimberti, U. La casa di psiche. Feltrinelli, Milano, 2005, pp. 193-200.
La Forgia, M., Marozza, M.I. L’altro e la sua mente. Fioriti, Roma, 2000, pp. 11-19.
Pennisi, A. Psicopatologia del linguaggio. Carocci, Roma, 1998.

dott.ssa Giorgia Tisci (24 giu. 2008)

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- In Zygmunt Bauman, Dentro la globalizzazione. Le conseguenze sulle persone, Laterza, 2001, Bari.

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Aggiornato: Novembre 29, 2016 13:52