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Società Italiana per la Psicopatologia Fenomenologica  Rivista Comprendre  Scuola di Psicoterapia e Fenomenologia Clinica
 



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Articoli

- L’incontro: il contributo di Bruno Callieri e Arnaldo Ballerini ….

- Presso l'allucinazione

- Annotazioni: la persona-paziente in emodialisi

- Appunti sul "mangiare"

- Mal di pancia: dolore e/o sofferenza?

- La depressione come fenomeno «ri-attivo».

- Fobia (fobie). Il fobico: AVERE LA "PAURA"!

- Esperienza ipocondriaca

Si definisce ipocondriaco quella persona che per malinteso si convince, si preoccupa, interpreta dei segni del corpo come sintomi di una malattia grave.
I criteri diagnostici, nel manuale diagnostico e statistico dei disordini mentali, permettono di riconoscere e quindi identificare l’ipocondria; inoltre, consentono di distinguerla da altri disturbi somatoformi, riconoscendogli come caratteristica essenziale la preoccupazione legata alla paura di avere una grave malattia.
L’ipocondriaco sembrerebbe una persona che cerca di farsi autodiagnosi spinto dalla paura di avere una malattia; questo è possibile pensando ad una persona che prende il proprio corpo e lo vede, riuscendo a scorgere dei segni che riconosce dipendere in maniera indiscutibile da un disordine relativo ad una data funzione, facendoli diventare di conseguenza dei sintomi.
I sintomi, che l’ipocondriaco  individua, come ad esempio il dimagrimento (eccessivo) che lui vede e la fronte calda (febbre) che da diversi (tanti) giorni non vede andare via, caratterizzati dalla coesistenza unitamente alla regolarità, gli permettono di evidenziare un’origine comune, cioè si convince dell’esistenza di una sindrome (paraneoplastica)  sistemica;  la preoccupazione incombente determina il passaggio alla consapevolezza dell’esistenza di una malattia: (lui) accerta a lui stesso un tumore.
L’accertamento dell’esistenza di una sindrome avviene individuando una serie di sintomi che coesistono e sono regolari; la cosa differente è accertare-diagnosticare l’esistenza di una malattia : “la malattia comporta l’idea di evoluzione, di processo, e in questo oltrepassa la sindrome ”( Minkowski, 1966: 76).
Il percorso che l’ipocondriaco fa, partendo dai sintomi passando alla sindrome per poi giungere alla malattia, anche se potrebbe essere giusta per i primi due attraversamenti,
conduce alla diagnosi che però mostra qualcosa di con-fusivo, è come se la persona facesse con-fusione tra ciò che vede e ciò che sente, come se facesse diventare ciò che viene “sentito” come ciò che viene “visto” commettendo non un errore ma una interpretazione percettiva adoperando gli strumenti tipici per il registro visivo anziché per  quello sensoriale.
Se mi fermo con gli occhi chiusi,  le orecchie otturate, il naso chiuso, la bocca otturata e le mani ed i piedi anestetizzati, continuo con i sensi a ricevere volente o nolente ciò che proviene dal mondo, mentre posso avvalermi della vista solo se dirigo lo sguardo su checchessia. “Il visibile è ciò che si coglie con gli occhi, il sensibile ciò che si coglie tramite i sensi” (Merleau-Ponty, 1945: 39); quindi il primo appare come un processo attivo mentre il secondo passivo.
Fare diagnosi è un lavoro da patologi, i quali debbono andare verso l’ammalato per riconoscerne la malattia, vedendo con i propri occhi ciò che gli sta capitando, andando oltre ciò che i sensi sentono, cogliendone la particolarità che racchiudono le manifestazioni, talvolta avvalendosi di strumenti che vedono più affondo, senza farsi soggiogare da inevitabili rumori di sottofondo.
Gli ammalati ci insegnano tanto sulle malattie che portano con sé, permettendo di vederle in carne ed ossa, ma ci permettono anche di essere con loro che in fondo chiedono innanzitutto di prenderci cura di loro; il prendersi cura è un processo che l’emittente “fa” attivamente ed il ricevente “ha” passivamente.
Bisogna fare un passo indietro, a quanto detto sui passaggi che conducono al prender coscienza dell’esistenza di una malattia, occorre fare attenzione al passaggio dal segno al sintomo; in effetti, l’ipocondriaco, per ritornare all’esempio di prima relativo alla sindrome (paraneoplastica)  sistemica, non va verso il segno riconoscendolo come sintomo, ma lo subisce, né è investito, può girarsi dall’altra parte per non vedere quel corpo che sta dimagrendo ma nonostante tutti gli sforzi lo porta sempre con sé, può togliere la mano da quella fronte calda ma comunque deve sottostare all’innalzamento della temperatura corporea.
Il carattere di gravità della malattia è come se venisse determinato non tanto dalla specificità dei sintomi ma da quell’occuparsi vedendo ciò che gli accade unito a quel pre-occuparsi sentendo ciò che patisce.
La parola ipocondria deriva dal greco ὑποχόνδριος (ipocondrio) che indica la  zona superiore dell’addome cioè la sede del “mal di pancia”, laddove si fanno sentire le passioni viscerali; i Greci infatti intravedevano nell’ipocondria, che spesso collegavano alla melanconia (come il dialetto napoletano fa con l’utilizzo delle parole “appucundrìa e pucundrìa”), uno squilibrio delle passioni causato da una particolare disfunzione degli “ipocondri”.
L’ipocondriaco porta sulla scena con le parole una sofferenza tramite il corpo. “L’uomo sano esperimenta il proprio corpo, ma non pensa ad esso; non fa attenzione ad esso. Le molte sofferenze somatiche sono dovute, per una parte non facilmente delimitabile, non a malattie concrete del corpo, ma a riflessioni dell’anima. […]. Quantunque l’individuo non sia infermo fisicamente, tuttavia non è un simulatore. Si sente realmente malato, il suo corpo si modifica effettivamente ed egli si offre come infermo. Il malato immaginario è, in modo nuovo, proprio per la sua natura, veramente malato” (Jaspers, 1913: 480).
“L’ipocondria si manifesta con penose e dolorose sensazioni corporee come il malessere organico e opera allo stesso modo anche sulla ripartizione della libido. L’ipocondriaco ritira dagli oggetti del mondo esterno interesse e libido (quest’ultima segnatamente), e li concentra entrambi sull’organo che lo interessa” (Freud, 1914: 453).
La sofferenza che l’uomo ipocondriaco sente gli procura innumerevoli preoccupazioni, ora ciò che accade sembra sia come essere presso quell’angoscia che non lascia scampo, investe senza indugio; quel patire che si fa sentire tramite i sensi  conduce per un misterioso processo a volgere l’attenzione, che fino a poco tempo prima era verso il mondo, presso di sé, anzi il proprio corpo.
Il tema “corpo” riveste notevole interesse per l’ipocondriaco, quindi  è necessario ricercare alcune osservazioni: “partire dalle esperienze che i medici hanno potuto fare sul mio corpo, significa partire dal mio corpo situato nel mondo, quale è per altri. Il mio corpo quale è per me non mi si rivela nel mondo. È vero che ho potuto vedere su uno schermo, durante una radioscopia, l’immagine delle mie vertebre, ma ero precisamente al di fuori, nel mondo; in questo caso, io percepivo un oggetto interamente costituito, come un questo fra altri questi, ed è solamente attraverso un ragionamento che io lo riconduco a essere mio: era più mia proprietà  che mio essere” (Sartre, 1943: 359-360).
L’esperienza del proprio corpo può essere fatta tramite i sensi ma allo stesso tempo il proprio corpo non può essere visto con la vista, possibilità che viene offerta solo qualora viene portato parte di esso al di fuori, che però allo stesso tempo offre solo una proprietà, cioè una caratteristica esclusiva che si avvicina a quest’ultimo.
Come fa allora l’ipocondriaco a vedere ciò che non può essere visto con la vista, cioè il proprio corpo, giungendo a produrre un’eccessiva preoccupazione legata alla paura di avere una malattia grave?
È come se volesse rivelare  qualcosa che gli appartiene intimamente ma non trova nelle proprie possibilità i tramiti giusti, e cerca nell’universo del non possibile la via migliore, trovando nel corpo il modo con cui esprimerlo;  fa esperienza di una situazione emotiva intensa di qualcosa, vuole esperirlo con qualcosa nel corpo che gli fa paura e, “l’avvicinarsi di ciò che è dannoso ci fa scoprire la possibilità di non essere colpiti, del suo passar oltre: il che però non  sopprime la paura, ma l’accresce.[…]. Solo avendo paura è possibile alla paura, osservando espressamente, «rendersi conto» di ciò che fa paura”(Heidegger, 1927: 174).
È come se l’ipocondriaco dovesse grazie alla con-fusione tra ciò che vede e ciò che sente «rendersi conto» di ciò che gli fa veramente paura, che gli fa provare quell’intensa situazione emotiva; quindi come se fosse un modo da un lato per difendersi dalle riflessioni dell’anima, dall’altro per metterle in mostra rendendo tutto molto con-fuso.
L’ipocondria è una esperienza che può assurgere sia da ben definita psicopatologia che inserirsi in altri quadri psicopatologici. “Nella costituzione fenomenologica dell’esperienza ipocondrica (depressiva), questa, o quella, ragione corporea è vissuta nella sua immobilità e nella sua staticità: stralciata dal flusso del di-venire e congelata, cosificata e mummificata. Nell’esperienza ipocondriaca, cioè, il corpo si fa oggetto estraneo e sconosciuto: precipitando nel gorgo di sensazioni (illusionali) deformate e torturanti” (Borgna, 1992: 76).
Parlare di esperienza ipocondriaca significa innanzitutto fare una descrizione di ciò che si intende per ipocondria, affinchè si possa traghettare nelle immediate vicinanze della stessa, potendo vedere come si porge nel momento in cui la persona ne fa esperienza. L’ipocondriaco fa esperienza di una malattia, la quale diventa l’unico veicolo attraverso cui poter ri-volgersi al mondo con il modo del lamento; le parole attraverso cui si fa sentire da chi gli sta attorno hanno come oggetto il corpo o parti di esso, frutto di un inevitabile ragionamento con-fusivo, rivelandoci nella sua unicità il malato e la malattia, e quindi per dirla usando l’espressione di Karl Jaspers si dà come “malato immaginario”.
Utilizzando la citazione di “malato immaginario” si riesce a cogliere quell’elemento che tiene unito tutto il discorso fino a questo momento sviluppato; infatti, l’ipocondriaco è  malato di qualcosa che ha a che fare con l’immaginario, cioè di qualcosa che ri-vede qualcosa di altro in quanto non ha riscontro nella realtà, quindi in-esistente, inteso appunto come appartenente al dentro dell’esistenza, in-esprimibile se non attraverso il lamento , “perché la riflessione sul corpo e sulle sensazioni somatiche ed infine le prospettive ed i timori costringono la coscienza dell’individuo ad una vita dedita essenzialmente al corpo, e che volendo, proprio in quanto vuole, si perde” (Jaspers, 1913: 143).
L’individuo che si dedica essenzialmente al corpo conduce una vita radicata nel prendersi cura di sé, come se avesse smarrito la bussola che gli permetta di distinguere sé dalle cose; oltre che essersi disperso nell’universo degli utilizzabili è come se non si riconoscesse per quello che è: un uomo. Un uomo a cui va restituita, e questo con un intervento psicoterapeutico orientato “dal riguardo e dall’indulgenza” (Heidegger, 1927: 154) , la possibilità di ritrovarsi in quanto Esser-ci.

Bibliografia

Giuseppe Ceparano & Giorgia Tisci(21 settembre 2010)

- Anima gemella - Alter Ego

- Su l'attacco di panico

- Fluenza d'Espressione e Formazione

- BREVI CONSIDERAZIONI SUL LINGUAGGIO E SULLA SCHIZOFRENIA

- Osservazioni di ordine generale sui principali approcci allo studio della Schizofrenia paranoidea

- La clinica della Verneinung e clinica della Verwerfung: il “no” di Bartleby e il “no” di Chance di “Oltre il giardino”

- Sulla linguisticità della schizofrenia

- Beethoven - Sonata Kreutzer n° 9

- Sfogo sulle Passioni Tristi

- Pre-psicosi, scatenamento, stabilizzazione

- INTRODUZIONE ALLE TECNICHE NELLA -PSICOTERAPIA FOCALIZZATA SUL TRANSFERT-

- La Ricerca come possibilità della Cura

- Il mondo magico

- Esercizi di fenomenologia

- Disturbo del Comportamento Alimentare

- Cura

- Biologicamente psichico

- Elementi di una teoria gruppoanalitica postfoulkesiana

- Che significato ha quell’Immagine?

- SPUNTI DI RIFLESSIONE SULLA TOSSICOMANIA

- IL LINGUAGGIO TRA L’ESSERE STRUMENTO DI COMUNICAZIONE E MODO D’ESSERE

- DAL ROMANZO “IL GIOVANE TORLESS” DI MUSIL

- DISTURBI DI PERSONALITA’ SECONDO IL MODELLO COGNITIVO ITALIANO

- LACAN E LE CONCEZIONI CLASSICHE DELLA PSICHIATRIA:

- I DISTURBI ALIMENTARI DAL PUNTO DI VISTA PSICOANALITICO

- In Zygmunt Bauman, Dentro la globalizzazione. Le conseguenze sulle persone, Laterza, 2001, Bari.

- IL COMPLESSO, FATTORE CONCRETO DELLA PSICOLOGIA FAMILIARE.

- ANALISI FENOMENOLOGICA: ESSER MADRE

- LA PSICOTERAPIA SECONDO IL MODELLO DI J. WEISS

- Filosofia e Psicoterapia

- Temperamento, Personalità, Carattere E Psicopatologia nell'eroinomane in dissefuazione

- Valutazione del profilo della personalità nell’ambito della Sanità Pubblica nei riguardi di atti tesi al raggiungimento di un obbiettivo “burocratico”: l’utilizzo del test psicometrico di personalità.

- Tecniche di Sostegno Psicologico per un’ottimale “Compliance” al programma Sport Terapeutico

- Linguaggio e schizofrenia: così come mi appare

- La Personalità: tra il senso comune e le mie infrafilosofie



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Aggiornato: Novembre 29, 2016 13:52