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Naufragio in psicopatologia
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Fobia (fobie). Il fobico: AVERE LA "PAURA"!

Affrontare una situazione pericolosa determina “paura”; questa emozione stimola dei cambiamenti fisiologici che inducono dei correttivi affinchè ci si possa proteggere da quell’incombente pericolo. La vista di un cane inferocito che dall’altro lato della strada si dirige con rapide zampate verso di noi non può che farci innescare la “paura”; allora, a questo punto, ogni persona attua una reazione che oscilla tra gli estremi dell’attacco e della fuga. Non si può sapere a priori quale sarà la nostra risposta, questa dipende dalla valutazione che di quel determinato pericolo in quel determinato momento facciamo, unito all’atteggiamento di base che abbiamo.
Esistono persone che hanno un atteggiamento di base “pauroso”, queste sceglieranno, con molta probabilità, in caso di pericolo incombente la fuga o il pietrificarsi; mentre ci sono persone che hanno un comportamento di base “coraggioso” che in caso di pericolo sono più propense all’attacco.
Fin qui abbiamo affrontato il tema “paura” situandoci presso quella che è l’emozione, cercando di mettere in risalto come essa si manifesta, ricorrendo alle risposte che siamo soliti adoperare quando il pericolo si fa vedere; l’esempio del cane inferocito riesce bene a renderne l’idea.
L’emozione “paura” riveste una importanza fondamentale per la salvaguardia dell’esistenza, venendoci in aiuto laddove la situazione si fa pericolosa,  prepara l’organismo alla situazione d’emergenza disponendolo, anche se in modo non specifico, all’apprestamento delle difese.
Avere “paura” è un qualcosa che tutti sono nella possibilità di provare, ed è provocato da una situazione di pericolo che: può essere reale, come l’esempio fatto in precedenza; anticipata dalla previsione, come sapere che l’indomani si dovrà affrontare una battaglia all’ultimo sangue; evocata dal ricordo o prodotta dalla fantasia, come ricordare o fantasticare il crollo dell’abitazione durante il terremoto.
La “paura” si presenta agli occhi dell’osservatore come reazione ad un evento, mentre l’attore la vive come un automatismo a cui non riesce a sottrarsi, così come avviene l’estensione della gamba sulla coscia quando percuotiamo con un martelletto immediatamente al di sotto della rotula.
Quello di cui fa esperienza colui che osserva il fenomeno della “paura” è l’effetto determinato da una causa pericolosa o vissuta come tale; assistere ad una scena in cui la “paura” si lascia vedere induce lo spettatore a sperimentarla “come se” fosse su di se; questa constatazione è avvalorata da Giacomo Rizzolatti: “l’osservazione di volti altrui che esprimono un’emozione determinerebbe un’attivazione dei neuroni specchio della corteccia premotoria. Questi invierebbero alle aree somatosensoriali e all’insula una copia del loro pattern di attivazione (copia afferente), simile a quello che inviano quando è l’osservatore a vivere quell’emozione. La risultante delle aree sensoriali, analoga a quella che si avrebbe quando l’osservatore esprime spontaneamente quel’emozione («come se»), sarebbe alla base della comprensione delle reazioni emotive degli altri” (Rizzolatti & Sinigaglia, 2006: 179).
La “paura” assume i tratti patologici della fobia quando è protratta e relativa a oggetti, animali o situazioni che non possono essere considerati paurosi.
Nell’articolo “su l’attacco di panico” (Ceparano & Tisci, 2010), si cita che chi è colto dall’attacco di panico fa esperienza del terrore, come risposta emotivo-affettiva congrua e motivata al sopraggiungere di questo “fulmine a ciel sereno” ma che può contribuire allo strutturarsi di fobie  per eventuali luoghi, cose e momenti che in qualche modo si possono rifare all’episodio o agli episodi in cui si sono manifestati gli attacchi di panico. Nell’articolo l’”esperienza ipocondriaca” (Ceparano & Tisci, 2010), si fa riferimento all’eccessiva preoccupazione legata alla “paura” di avere una grave malattia;  nell’ipocondria  la “paura” , questa intensa situazione emotiva,  è il modo di difendersi dalle riflessioni dell’anima.
L’incursione presso gli articoli pubblicati in altri numeri ci permette da un lato di tenere insieme l’intero impianto argomentativo, dall’altro di lasciare emergere le prossimità e le differenze tra i diversi assunti psicopatologici.
Questo discorrere della “paura” e della fobia diviene inevitabile per riuscire a cogliere come una reazione emotiva di vitale importanza possa in particolari modalità assumere la connotazione patologica.
Di fobie descritte in letteratura se ne trovano svariati tipi: l’agorafobia che sta ad indicare la “paura” degli spazi aperti, spesso presente con gli attacchi di panico; l’aracnofobia che è la “paura” dei ragni; la claustrofobia che è la “paura” degli spazi chiusi; la misofobia che è la “paura” di essere contaminati; la zoofobia che è la “paura” degli animali; la cinofobia che è la “paura” dei cani.
L’elenco non esaurisce tutte le tipologie di fobie ma lascia intravedere come si manifesta nel «di» qualcosa; infatti, è sempre la “paura” «di» qualcosa.
La preposizione «di» indica normalmente una proprietà, sia nel senso di possesso e appartenenza (la casa di Luca) sia nel senso di una caratteristica specifica, propria di qualcuno o qualcosa (Tommaso è un uomo di trentadue anni). Nella terminologia grammaticale tradizionale è indicata come la preposizione che introduce il complemento di specificazione, corrispondente al caso genitivo latino.
Nel caso della fobia, intesa appunto come la “paura” «di», questa preposizione offre da un lato un valore di specificazione, dall’altro apre alla possibilità di poter notare che la “paura”  sia una proprietà posseduta in quel qualcosa che il «di» introduce.
A questo punto dovremmo soffermarci sulle singole tipologie di fobie per accorgerci se sia vero che tra le proprietà possedute da quei complementi introdotti dal «di» ci sia la “paura”. Per quanto riguarda ad esempio la cinofobia potremmo dire che i cani quando sono inferociti e ci puntano fanno “paura”, ma per poter intravedere nel cane la possibilità di produrre la “paura” li dobbiamo vedere inferociti e che ci puntano.
Affinchè si possa parlare di fobia deve però esserci la “paura” «di» qualcosa che si protrae nel tempo e che è rivolta a luoghi, e/o cose, e/o momenti, che in condizioni consuete non sembrano affatto paurose.
Una persona che presenti la cinofobia deve vivere una situazione emotiva intensa, la “paura” appunto, in prossimità (reale, e/o prevista, e/o ricordata, e/o fantasticata) di un cane qualsiasi, anche se questo all’apparenza è mansueto e desideroso di tante coccole; inoltre, tale stato emotivo si deve protrarre, cioè deve avvenire ad ogni esposizione.
Le persone che presentano l’agorafobia, quando “devono attraversare una piazza, si trovano in una strada deserta, dinnanzi a lunghe file di case alte ed in occasioni simili insorge in essi un forte sentimento di angoscia, una vera paura mortale, accompagnata da tremore, oppressione al petto, palpitazione, sensazioni come di gelo o di calore, che salgono al capo, traspirazione, sensazione di essere attaccati al suolo, oppure da una debolezza delle estremità simili a paralisi, con il timore di cadere”. (Jaspers, 1959: 147)
Gli esempi della cinofobia e dell’agorafobia offrono come “cose” che fanno “paura” il cane e lo spazio aperto; queste sembrano tanto distanti ma in effetti sono “cose” e per di più appartengono all’esterno, ed in particolari circostanze potrebbero anche essere pericolose.
Questi oggetti, “cose” del mondo, in particolari persone diventano oggetti di cui aver “paura” in maniera smisurata, “cose” pericolose da cui sottrarsi, “cose” che innescano degli sconvolgimenti fisiologici, “cose” che limitano l’esistenza.
Lo strutturarsi di una fobia porta a divenire schiavi di quella limitazione, tale da condizionare pesantemente il vivere quotidiano; le fobie, quindi, diventano handicap che determinano una condizione di malattia.
Il portatore della fobia - il fobico - è diventato succube della “paura” «di», non riesce a disfarsene, chiede aiuto affinchè quella “cosa” che lo tormenta diventi innocua, ed è qui che intervengono le psicoterapie e le farmacoterapie.
Nel vedere un fobico ci chiediamo spesso perché ha proprio quella determinata fobia e cercando di dare una spiegazione-interpretazione a quella determinata “cosa” di cui si ha “paura” si riesce a stabilire, o almeno sembra, un perché della fobia; noi cercheremo più che individuare il “perché”, il “da che cosa” si originano le fobie, avendo terminato il tentativo di descrivere il “come” si presentano.
Abbiamo detto che è sempre la “paura” «di» una “cosa”, ma non è questa “cosa” che l’ha determinata, anche se va riconosciuto alla “cosa” la proprietà di poter essere stata paurosa o, che si è presentata in una situazione paurosa. Spesso accade che i sintomi psicogeni che si originano sono si limitanti ma diventano rifugio da altro, sono, potremmo dire, un auto-medicamento che però finisce per diventare un altro problema.
Si è dovuto ragionare sulla “paura” perché è un modo della situazione emotiva che a sua volta è alla base delle fobie, ma a questo punto va detto che l’ANGOSCIA è la situazione emotiva fondamentale; l’ANGOSCIA è quindi il “da che cosa” si originano le fobie.
Il fenomeno dell’ANGOSCIA permette all’uomo di sentirsi come puro e gettato nel mondo, questo stare nel mondo non può che offrirsi con il modo dello spaesamento; una tale esperienza produce inevitabilmente un turbamento in determinate tipologie di persone, avviene un “come se” volessero auto-medicarsi, scorgendo nel fuori, nell’esterno, una “cosa” a cui poter attribuire quella pesante sensazione di spaesamento. Il miglior modo per rifuggire da questa situazione emotiva fondamentale, per alcuni, è quello della “paura” «di», oggettivando un vissuto fondamentale all’esistenza attraverso la “paura” «di» una “cosa”, che poi diventa espressione di quel vissuto.
Prima dicevamo che il riparare alla sensazione di spaesamento che è alla base del fenomeno dell’ANGOSCIA attraverso lo strutturarsi di una fobia accade solo a determinate tipologie di persone; l’istallarsi di una fobia è da considerarsi come una reazione abnorme ed, in quanto tale, può essere assunta solo da determinati tipi di personalità.
Il fobico o il potenziale fobico è solitamente una persona che cerca nel mondo la soluzione ai propri sconvolgimenti interiori, che teme l’essere avanti a sé, che cosalizza, che non vuole vedere per non vedersi, che è presso le “cose” ma lontano da sé: HA LA “PAURA”.
La possibilità di un intervento psicoterapeutico nei casi in cui si manifesta una fobia dovrebbe sempre andare oltre alla “paura” «di», per permettere al fobico l’incontro con sé e con la propria interiorità, per poter dare la possibilità di intravedere nell’ANGOSCIA l’opportunità di avere la capacità di essere libero per la propria autenticità.

Bibliografia

Giuseppe Ceparano & Giorgia Tisci(21 gennaio 2011)

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