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Naufragio in psicopatologia
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La Personalità: tra il senso comune e le mie infrafilosofie.

Nelle relazioni sociali di tutti i giorni, è esperienza comune tentare di capire la personalità degli individui con cui si entra in contatto. Le deduzioni sulla personalità il più delle volte scaturiscono dall’osservazione di caratteristiche manifeste, per esempio il comportamento, il modo di vestirsi , il modo di sedersi, il tono della voce, lo sguardo, la pettinatura, ecc.
Confrontando questi elementi con informazioni ricavate dall’esperienza, e attribuendo un particolare significato ad alcuni di essi, si finisce per definire la persona, per esempio, "gradevole" o "sgradevole", oppure si può essere più precisi e dire che è "timida" o "allegra" o persino che "non ha personalità". Il fatto che nel linguaggio di tutti i giorni si faccia riferimento a qualcosa che si usa definire "personalità", vuol dire che in qualche modo si condivide un'idea del significato generale del termine.
Le classificazioni psicologiche e psicopatologiche sul tema della personalità altro non sono che modelli descrittivi e/o esplicativi, che figli del loro tempo passeranno, molti di essi, di moda. Verranno confutati, trasformati, riabilitati e forse, un giorno, dimenticati. Le teorie scientifiche,ha scritto il matematico Henri Poincaré, sono come gli imperi: il loro domani è incerto.
In psicologia, come anche nel linguaggio quotidiano, il termine personalità viene utilizzato per indicare quell’insieme di caratteristiche che rende le persone l’una diversa dall'altra, ma anche per permettere di riconoscerle per affinità. Queste caratteristiche sono relativamente stabili, infatti, quando di una persona si dice che è allegra ci si aspetta che sia spesso allegra.
La personalità umana è talmente complessa da far sembrare ogni tentativo di descriverla e di classificarla, come una sorta di approssimazione e generalizzazione; nonostante ciò non si può negare che gli esseri umani hanno modi caratteristici di affrontare gli eventi.
 Alcuni tratti del nostro modo di agire e pensare si ripropongono e rimangono parzialmente stabili di fronte a stimoli diversi; quando questi tratti divengono troppo rigidi e poco adattivi rispetto all’ambiente e alla cultura dell’individuo, tali da compromettere la vita sociale del soggetto e di chi gli sta intorno, è probabile che  si venga a configurare un disturbo di personalità.
Questi disturbi, nella loro configurazione più drammatica, sono spesso alla base di fenomeni sociali devianti come la criminalità, la violenza sessuale, ecc., oltre che fare da sfondo ad episodi di dipendenza da alcol e droga, a problemi relazionali, a comportamenti antisociali ecc.
Il termine personalità deriva dalla parola latina persona. Gli attori del teatro dell’antica Roma utilizzavano maschere chiamate appunto persona, che chiarivano al pubblico quali atteggiamenti e comportamenti dovessero aspettarsi dall’attore stesso.
Nel corso del tempo il termine persona venne a significare non più solo le maschere ma gli stessi attori. Ed è probabilmente in un rapporto di continuità con tale tradizione che anche oggi tale termine comporta una varietà di aspettative circa l’adozione da parte di altri di determinati modelli di comportamento.
Ponendosi in questa prospettiva, il termine “personalità” fa riferimento ad un insieme di caratteristiche, di disposizioni, di modi di agire comuni a taluni individui. In questo caso è un criterio di “comunanza” che induce a classificare le personalità di alcuni individui come socievoli, estroverse, coscienziose, in virtù di qualche cosa di condiviso relativamente al loro modo di sentire, pensare, agire.
Il significato del temine “personalità” non è solo questo, ma con esso si fa riferimento anche a ciò che è unico di un individuo. In questo caso è il criterio della singolarità che guida a riconoscere le combinazione dei tratti, di atteggiamenti e di comportamenti che distinguono la persona rispetto a tutte le altre.
Dalla trattazione sullo sviluppo psicosessuale e sull’organizzazione dell’apparato psichico di Freud si ricava una definizione di personalità: da un lato la personalità è un modo di porsi in rapporto col mondo che riflette le vicissitudini di un processo evolutivo, dall’altro è un’organizzazione stabile di affetti, cognizioni e comportamenti che riflette il rapporto tra le strutture mentali che detengono e regolano i vari investimenti di energia psichica. Inoltre il padre della psicoanalisi, spiegando per quale motivo lo studio della "patologia" può fornire informazioni utili anche alla comprensione della "normalità", racconta il segreto della personalità con un esempio: «Se gettiamo per terra un cristallo, questo si frantuma, ma non in modo arbitrario; si spacca secondo le sue linee di sfaldatura in pezzi i cui contorni, benché invisibili, erano tuttavia determinati in precedenza dalla struttura del cristallo» (S. Freud, 1932, p. 171).
Voler dare una spiegazione esauriente del “mistero della personalità” diventa un compito ideale e, in questo caso, è opportuno citare quello che Carl Gustav Jung scrive. Per questo illustre autore la personalità, intesa come una completa realizzazione della totalità della nostra natura, è un ideale irraggiungibile. Il fatto di essere irraggiungibile però non è mai un'obiezione valida per un ideale, perché gli ideali non sono altro che guide e mai mete (C.G. Jung 1936)
Allport ha definito la personalità come l’organizzazione dinamica, entro l’individuo, di quei sistemi psicofisici che determinano il suo adattamento unico all’ambiente (G.W. Allport,  1937).
Guthrie ha definito la personalità come un sistema di abitudini gerarchicamente organizzato (E.R. Guthrie, 1944).
Eysenck ha definito la personalità come la somma totale degli schemi di comportamento effettivi o potenziali dell’organismo, così come vengono determinati dall’ereditarietà e dall’ambiente (H.J. Eysenck, 1947).
Gli indirizzi psico-dinamici definiscono la personalità come un’organizzazione affettivo-cognitiva risultante dal gioco di pulsioni o spinte che agirebbero dall’interno per il controllo della personalità, in concorrenza alle limitazioni e alle pressioni del mondo esterno.
Le prospettive disposizionali presentano la personalità come una costellazione di tratti a base più o meno innata.
Per il comportamentismo la personalità si configura come un’organizzazione di copioni appresi dalla conseguente azione selettiva dell’ambiente.
Seguendo le prospettive socio-cognitiviste ed interazioniste la personalità si configurerebbe come un sistema aperto che elabora informazioni, genera significati, reagisce all’ambiente ed agisce in esso in termini di reciprocità.
In definitiva, quello di personalità, si rivela come un costrutto ipotetico con lo scopo di creare un oggetto per l’indagine scientifica, la cui validità dipende dalla sua capacità di ordinare e contenere una molteplicità di fenomeni, tra loro interrelati,  come: la percezione e la descrizione delle altre persone; la percezione e la descrizione della propria persona; la riflessione su di sé e la regolazione dei propri affetti, pensieri e comportamenti.
Questo costrutto si presta all’indagine da due diversi punti di vista. Dal punto di vista dell’osservatore la personalità si presenta come l’insieme di qualità, relativamente stabili, che accomunano alcune persone rispetto ad altre e che distinguono ciascuna persona da tutte le altre; dal punto di vista del “soggetto agente”, la personalità si configura come quell’insieme di processi e strutture affettive e cognitive dalle quali ciascun individuo trae il senso della propria identità e singolarità.
Per concludere questo tentativo di chiarire la definizione di personalità è propizio lasciare una breve citazione di Henry A. Murray in “Explorations in Personality”: «... l'essere umano - l'oggetto del nostro studio - è come una nuvola che cambia continuamente forma e gli psicologi sono come la gente che ci vede delle facce. Uno psicologo riconosce al margine superiore i contorni di un naso e di un labbro e poi, miracolosamente, altre parti della nuvola si orientano rispetto ai contorni inizialmente riconosciuti finché si viene a delineare il profilo di un superuomo che guarda lontano davanti a sé. Un altro psicologo è attratto da una porzione inferiore della nuvola e vi scorge un orecchio, un naso, un mento e allora a poco a poco la nuvola prende le sembianze di un Epimeteo con lo sguardo rivolto all'indietro. Così, per ciascun osservatore, ogni porzione della nuvola ha funzioni, nomi e valori diversi - fissati dall'iniziale influenza percettiva. Per essere il fondatore di una scuola, dunque, basta vedere una faccia lungo un altro margine della nuvola..» (H.A. Murray, 1938, p. 13).
Tra le innumerevoli teorie sulla personalità ho preferito citare quelle di matrice fenomenologico-esistenziale; queste teorie hanno trovato la loro espressione in K. Jasper, L. Binswanger e altri e sono volte all’analisi delle modalità fondamentali inerenti alla totalità dell’uomo nel mondo, dell’essere nel mondo (G.V. Caprara et al., 1999).
Jaspers ritiene che la personalità sia espressa dall’atteggiamento, che può essere oggettivo, autoriflesso, entusiastico, a cui corrisponde rispettivamente l’immagine del mondo spazio-sensoriale, psichico-culturale, metafisico. Secondo questo autore solo all’interno degli stessi atteggiamenti gli uomini entrano in comunicazione gli uni con gli altri, comprendendosi reciprocamente. Se gli atteggiamenti sono diversi, l’uno vive, pensa, agisce passando accanto all’altro senza toccarlo(K. Jaspers, 1919).
Binswanger scrive che essere nel mondo significa essere nel mondo con i propri simili, essere insieme con le altre presenze. Heidegger postulando l’essere nel mondo come trascendenza, non soltanto ha colmato lo” hiatus” tra io e mondo ma ha illuminato la struttura della soggettività come trascendenza, ha aperto un nuovo orizzonte di comprensione e ha dato impulso nuovo all’indagine scientifica dell’essere dell’uomo in genere e i  particolari suoi modi di essere. È chiaro dunque che in luogo della scissione dell’uomo in soggetto (uomo, persona) e oggetto (cosa, ambiente) subentra qui garantita nella trascendenza, l’unità tra presenza e mondo (L. Binswanger, 1957).
I tipi di personalità distinti da Binswanger presuppongono alla base la modalità di aprirsi al tempo: o privilegiando il futuro e quindi la progettualità come accade nella persona realizzata, oppure il presente senza relazioni con il passato e con il futuro come nella personalità maniacale, o ancora il passato in un mondo di assoluto rimpianto senza possibilità di dirigersi verso le altre figure del tempo come nel melanconico.
La personalità, nella concezione fenomenologica-esistenziale, è strettamente correlata alla nozione di un mondo che non è qualcosa che c’è, ma qualcosa che l’individuo si dà in base alle sue modalità di spazializzarsi, temporalizzarsi, coesistere (G.V. Caprara et al., 1999).
In conclusione di questa, se pur non particolareggiata, dissertazione sul tema personalità, mi sembra opportuno citare quelle che sono le motivazioni che mi hanno indotto a trattare il concetto di personalità. Sono da sempre attratto e incuriosito dal termine personalità, o meglio dalla risonanza che questa parola produce nel mondo delle mie rappresentazioni, quindi non tanto dal significato ma dal significante che il suono/immagine mentale rimanda; anche in occasione della tesi di laurea dedicai tempo e cura alla ricerca dei significati collegati o collegabili al tema della personalità, ma mi accorsi ben presto che fu il tentativo vano di voler oggettivare a tutti i costi un concetto astratto, che proprio per le caratteristiche astratte merita, a mio avviso, un modo differente di porsi nel tentativo di voler far ricerca, forse l’opportunità datami mi concede l’occasione di porre la soggettività di essere dinnanzi al delicato progetto di ricerca.
In ragione di quanto detto sopra, e nel tentativo di essere chiaro, relazionandomi al tema della personalità ritengo opportuno non solo dedicarsi alla ricerca dei significati che il termine rimanda ma soffermarsi sul significante per poter coglierne il senso che nello spazio e nel tempo del suo concretizzarsi restituisce.
Allo stato la personalità mi si dà come un modo d’essere dell’umano nel suo apparire all’altro, che quindi ritrova una proprio definirsi in quello che l’altro ha colto;  diventando il modo attraverso cui si riconosce l’altro attribuendogli qualità, finendo per utilizzarlo, in senso catalogante, per poter ottemperare a quell’esigenza valutante che sembrerebbe appartenere alla profondità dell’essere umano, che cerca, quindi ri-cerca, anche nell’altro un’utilizzabilità; forse figlia di un momento storico-sociale in cui si può capitalizzare tutto?
Quanto detto nell’ultima parte non vuole essere un definire ma forse un tentativo di disvelare quanto l’attenzione sul significante del termine personalità si lasci descrivere citando il risuonare dei miei pensieri.
Forse è necessario parlare di personalità non solo per le implicazioni di concetto astratto ma anche perché lo si utilizza per descrivere l’essere dell’uomo, ed è in questa accezione che cogliamo l’utilizzabilità del termine per poter inventariare le deviazioni dalla norma, in ragione di ciò credo che in presenza di qualsiasi psicopatologia la si possa etichettare come disturbo di personalità, restituendo quindi alla classificazione del disagio psi (vedi DSM) l’inevitabile valutazione di dedicarsi all’apparire lasciando poco o niente intendere dell’Esserci a cui va rivolta la cura per quanti si dedicano alle scienze umane.

(06-dic.-2006)
dott. Giuseppe Ceparano

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