Tel Facebook Twitter YouTube
Naufragio in psicopatologia
Naufragio in psicopatologia
Naufragio in psicopatologia
 
 

Biologicamente psichico.

Pensare alla vita che tiene al vivere

Se non potessi volger lo sguardo sul mondo non vedrei, è nel momento in cui uso la vista che riesco a vedere, possedere l’occhio con tutte le componenti strutturanti diviene quindi la condizione di possibilità affinché possa vedere il mondo. Ogni disciplina volge la propria attenzione presso l’oggetto del proprio studio, possiamo interrogarci se quel volgere l’attenzione su tale oggetto può o meno essere considerato scienza, con taluni metodi e tal altre costruzioni di leggi o teorie. Forse è importante come la scienza si sia progressivamente strutturata e sembrerebbe che ancor oggi l’esperimento sia il modo attraverso cui si può rendere evidente se quanto si sia ipotizzato sia possibile concretamente. Sembra sempre il solito problema di dimostrare se quanto si dica sia vero o falso, sia realtà o fantasia; probabilmente questa semplificazione può risuonare come una banalizzazione che però lascia trasparire un sottile desiderio di cogliere elementi comunicativi che siano alla portata di tutti; cosa che dovrebbe accadere tra le varie discipline affinché si possa intraprendere un dialogo fruttuoso. Volendo porsi nei pressi del fenomeno scienza non ci si può che accorgere che appare come quel modo attraverso cui l’uomo cerca di sistematizzare il proprio sapere; in effetti la parola scienza deriva dal latino “scièntia” derivante da “scìens” che risulta essere il participio presente di “scire” traducibile come sapere, quindi risulterebbe essere un sistema di cognizioni acquistate con lo studio e con la meditazione; la scienza si fa vedere come un movimento di acquisizione e sistematizzazione attuato attraverso il tendere con zelo e applicando un pensare misurato; certo che la condizione di possibilità affinché questo avvenga è l’esistenza di un cervello (o meglio sistema nervoso) e l’emergere delle caratteristiche peculiari che lo contraddistinguono e che probabilmente hanno indotto a definirle “mente”.
Ernst Mayr ha egregiamente illustrato e dimostrato come la biologia in quanto scienza che si dedica alla vita abbia una propria “unicità” per metodi di ricerca e costruzione di teorie, quindi non riducibile né riconducibile ad altre scienze come la fisica. Nel testo “l’unicità della biologia” si evince che l’effettivo inizio di ciò che oggi chiamiamo scienza risale al XVI secolo e XVII secolo ad opera di Galileo, Cartesio e Newton, e che prima per spiegare i fenomeni del mondo animato e inanimato si ricorreva al voler di Dio (cosa che peraltro sembra esistere ancora oggi); Mayr individua una corretta definizione di scienza da Leibniz: “la scienza costituisce un corpus dottrinario che può essere appreso in maniera sistematica e con un elevato grado di certezza” (Garder, Ariew, 1998); in questo contenitore potrebbe entrarci di tutto dalla matematica alla teologia. Oggi esisterebbe una distinzione tra scienze naturali e scienze umanistiche, ma la biologia apparirebbe come a cavallo di entrambe. L’autonomia della biologia secondo Mayr si è prodotta attraverso varie fasi come la confutazione del vitalismo e della teleologia: la prima sviluppatasi tra il XVII e XX secolo si contrapponeva al meccanicismo cartesiano ma finisce con l’esaurirsi a seguito del fallimento  degli esperimenti tesi a cogliere l’esistenza della vis vitalis; la seconda cerca di trovare una spiegazione a processi naturali che sembrano condurre automaticamente a un fine preciso, a un obiettivo, ma le scoperte della genetica e della paleontologia screditarono completamente la teleologia cosmica. L’impianto concettuale della biologia ebbe un mutamento radicale tra il 1730 ed il 1930, ed il periodo dal 1828 al 1866 risultò essere particolarmente innovativo, furono gli anni in cui si svilupparono i filoni della biologia funzionale e quella evolutiva; per poter far si che la biologia fosse una scienza autonoma è stato necessario compiere ulteriori passi. Primo effettuare un’analisi critica della cornice concettuale in cui si muovevano le scienze fisiche in modo da rilevare che alcuni dei loro principi fondamentali non sono applicabili alla biologia; senz’altro la pubblicazione di “l’origine della specie” di Darwin nel 1859 segna l’inizio di una rivoluzione intellettuale. Secondo Mayr principi quali essenzialismo, determinismo e riduzionismo non sono applicabili alla biologia, in effetti dalle analisi condotte dallo stesso il pensiero tipologico non era in grado di spiegare la variabilità che caratterizza il mondo vivente e lo stesso Darwin lo respinse introducendo il concetto di popolazione; in biologia accettare le leggi deterministiche newtoniane significherebbe eliminare dalla scena la variabilità degli eventi, il rigido determinismo va confutato per spianare la strada allo studio della variabilità e dei fenomeni casuali, così importanti in biologia. In merito al riduzionismo e cioè al presupposto secondo cui la spiegazione di un sistema si risolveva nell’istante in cui quel dato sistema veniva ridotto alle sue componenti più piccole, non è pertinente anche se l’approccio analitico non va abbandonato, ed è merito di quest’ultimo se oggi abbiamo, tra le altre, la teoria cellulare formulata da Schwann e Schleiden, a questo punto bisogna fare una corretta distinzione tra analisi e riduzione, il metodo analitico consiste si nello scindere un sistema nelle sue componenti, ma solo se ciò risulta proficuo, ed inoltre questo non sostiene che le componenti di un sistema, rivelate analiticamente, forniscano un’informazione completa su tutte le proprietà del sistema. Quello di cui il riduzionismo non tiene conto è l’”emergenza”, cioè quelle caratteristiche impreviste che appaiono in sistemi complessi, termine che per Popper indica “un passo evolutivo apparentemente imprevedibile”. Altro principio non applicabile alla biologia sono le leggi naturali universali; infatti, pur esistendo regolarità in biologia non sono le stesse che caratterizzano le leggi naturali, in biologia le teorie si basano sui concetti; certo che i termini legge e concetto assumono significati differenti, il primo mi si da come qualcosa che è lì da sempre e che va solo assunto, il secondo mi si da come qualcosa che è concepito dalla “mente” in luogo di un’attenta operazione di svelamento. Mayr evidenzia che i processi biologici possiedono una caratteristica che li differenzia nettamente dai processi del mondo inanimato, caratteristica definita come duplice causalità, infatti sono regolati da leggi naturali e programmi genetici: i primi insieme al caso hanno un controllo pressoché totale in ciò che accade nel mondo delle scienze esatte; il secondo caratterizza in maniera unica il mondo vivente. Mayr va sicuramente riconosciuto il merito di aver evidenziato le cinque teorie darwiniane dell’evoluzione e di aver dato risalto al contributo delle concettualizzazioni di Darwin che hanno permesso di dare  autonomia alla biologia. Opportuno a questo punto cercare di riassumere le cinque teorie cosi come vengono proposte da Mayr:

  • L’evoluzione in sé: secondo questa teoria il mondo non è né costante né soggetto a un’eterna ciclicità, è invece il prodotto di un cambiamento incessante e in parte direzionale.
  • Discendenza comune: secondo questa teoria ogni gruppo di organismi discende da una specie ancestrale.
  • Gradualismo contro saltazionismo: seconda questa teoria le trasformazioni evolutive procedono sempre con gradualità e mai per bruschi salti.
  • La moltiplicazione della specie: secondo questa teoria si cerca di fornire una spiegazione dell’esistenza di un gran numero di specie e del modo in cui si sono originate, introducendo oltre alla dimensione verticale, cioè le specie nuove si introducevano per sostituire quelle che si erano estinte, anche la dimensione orizzontale o geografica, cioè l’idea secondo cui una specie può suddividersi in sottospecie diverse.
  • La selezione naturale: secondo questa teoria la selezione naturale è un processo a due fasi, nella prima prevalgono i fenomeni casuali che generano variazione, nella seconda prevalgono eventi non casuali e tale variazione subisce una selezione vera e propria alla quale segue l’eliminazione.

Certo per chi studia psicologia, il proprio interesse non può che essere rivolto all’umano, forse è meglio dire alla “vita che tiene al vivere”, come peraltro fa la biologia ed inoltre domande come “perché?”, “in che modo?” ed anche “che cosa?” sono di comune pertinenza.
Sigmund Freud, padre della psicoanalisi, è stato anche colui che in qualche modo ha cercato di individuare le connessioni esistenti tra quelle caratteristiche emergenti del sistema nervoso, ed i processi che hanno luogo nel sistema nervoso; sembra strano che il “Progetto di una psicologia” (1895) sia stato abbandonato dallo stesso visto le convergenze che attualmente emergono, che lui probabilmente aveva intuito, tra le neuroscienze e la psicologia, ma questo non è oggetto della discussione che mi propongo, nonostante tutto la rilettura del “progetto” sembra dare la possibilità di individuare dei punti di contatto tra le varie discipline che si interessano all’uomo; inoltre sembra emergere dal testo come dall’iniziale esigenza riduzionista di identificare gli accadimenti determinati da leggi naturali, come il principio di inerzia, si sia orientato verso l’inevitabile approdo a teorizzazioni che si avvalgono di concetti.
Le osservazioni di patologia clinica permettono a Freud di evincere il carattere quantitativo, portandolo a formulare un principio fondamentale dell’attività neuronica in rapporto alla quantità di energia in generale (Q), definito come principio dell’inerzia neuronica, secondo il quale i neuroni tendono a liberarsi di Q. Questo principio spiegherebbe la partizione in neuroni motori e sensori, strutturati ed ordinati in modo tale da permettere di annullare la ricezione della quantità di energia interneuronica (Qη) mediante una trasmissione. La funzione primaria del sistema nervoso è rappresentata dalla scarica che avviene nel movimento riflesso, in effetti oggi le neuroscienze parlano di un circuito, l’arco riflesso appunto, costituito nella forma semplice da due neuroni uno dei due ha il compito di ricevere lo stimolo dalla periferia (neurone afferente) e il secondo quello di trasmettere il comando del riflesso in senso inverso (neurone efferente) con trasmissione di Qη verso un meccanismo muscolare che gli permette la scarica. Dall’assunzione della funzione appena descritta diviene possibile lo sviluppo di una funzione secondaria, quella che prevede la preferenza, tra le varie vie di scarica, di quella che comporta la cessazione dello stimolo (fuga dallo stimolo), in questa accezione il principio di inerzia non viene disturbato. In un’altra circostanza il principio di inerzia viene interrotto, è quello in cui il sistema nervoso riceve stimoli dalle cellule del corpo e che determinano i bisogni fondamentali (fame, respirazione ecc.); in questo caso non può essere messa in atto la fuga, in quanto cessano solo nel momento in cui dal mondo esterno emergono particolare condizioni (fame – cibo), affinché ciò sia possibile è necessario uno sforzo indipendente dalle Qη endogene, ed il sistema nervoso è costretto ad abbandonare la tendenza all’inerzia, quindi deve imparare a mantenere una scorta di Qη per soddisfare le esigenze di un’azione specifica.
Altro obiettivo del progetto è quello di connettere la teoria della Qη con la conoscenza di fine ottocento dei neuroni, a quell’epoca si sapeva che il sistema nervoso era costituito da neuroni distinti, ma di struttura analoga, in contatto tra loro attraverso una sostanza interposta, i vari neuroni ricevono informazioni attraverso il corpo cellulare e attraverso i dendriti e lo rimettono attraverso il cilindrasse (attualmente definito assone). Se si prova a combinare la teoria Qη con la concezione dei neuroni, cosi come fa Freud, si può pensare ad un neurone investito di Qη in un momento e vuoto in un altro. Quindi applicando il principio di inerzia la scarica del neurone avviene attraverso il passaggio di Qη attraverso il cilindrasse nelle barriere di contatto (attualmente spazio sinaptico), materiale protoplasmatico indifferenziato. Sostiene Freud che ciò fa supporre che nelle barriere di contatto debba esservi un rapporto di differenziazione e capacità di conduzione. La teoria delle barriere di contatto da la possibilità di poter presumere l’esistenza della facoltà di poter subire un’alterazione permanente in seguito a un evento (memoria), in effetti qualsiasi teoria psicologia deve fornire una spiegazione della memoria; alla luce di quanto detto i neuroni dovrebbero essere contemporaneamente influenzati e inalterati, ciò risulterebbe abbastanza complesso. Freud risolve la situazione distinguendo due classi di neuroni una permeabile (φ) e una impermeabile che trattiene Qη (ψ), quest’ultimi hanno le caratteristiche generali della memoria; questi ultimi dovrebbero venire alterati in maniera permanente dal fluire dell’eccitamento, ma introducendo la teoria delle barriere di contatto, si può pensare che le barriere di contatto dei neuroni ψ vengono a trovarsi in un stato di permanente alterazione; questa situazione in cui si trovano le barriere di contatto può essere descritta come grado di facilitazione, quindi la memoria verrebbe ad essere rappresentata dalle facilitazioni che esistono tra i neuroni ψ. La facilitazione dipenderebbe dalla Qη che passa attraverso il neurone durante il processo di eccitamento, e dal numero di ripetizioni del processo.
Freud si guarda bene dal postulare l’esistenza delle classi di neuroni φ e ψ e delle caratteristiche di permeabilità e impermeabilità senza enunciare un’evidenza biologica della loro esistenza, quindi da un lato sottolinea il fatto che il sistema nervoso ha due funzioni quello di ricevere stimoli esterni e quello di scaricare eccitamenti di origine endogena: in quest’ottica il φ riceverebbe gli stimoli esterni e quello ψ quelli endogeni; ma ancora non si riuscirebbe a spiegare l’ipotesi di una differenza originaria tra il valore delle barriere di contatto di φ e ψ, forse ci si potrebbe appellare ad una linea di pensiero darwiniana e sostenere che i neuroni impermeabili sono indispensabili quindi sopravvivono; ulteriore via d’uscita, forse meno ambiziosa, è che le barriere di contatto dei neuroni ψ finiscono per essere soggette alla facilitazione, e che questa proviene da Qη, quindi quanto maggiore la Qη nel decorso dell’eccitamento, tanto maggiore sarà la facilitazione avvicinandosi alle caratteristiche dei neuroni φ; allora la differenza tra le classi di neuroni non è dovuta ai neuroni stessi ma alle quantità con cui hanno a che fare.
Freud individua nel dolore il fenomeno attraverso cui i sistemi neuronali falliscono, in effetti all’insorgere di stimoli molto violenti la risposta è la fuga dal dolore; il dolore consiste nell’irruzione in ψ di grandi Q; il dolore mette in movimento tanto il sistema ψ che φ, mostrando che entrambi i sistemi sono permeabili alle grandi Q, eliminando del tutto le resistenze delle barriere di contatto.
Freud si pone il problema della qualità, dicendo appunto che la coscienza ci dà ciò che noi chiamiamo qualità: sensazioni differenti in grandi varietà di modi e la cui differenza dipende dai rapporti con il mondo esterno. Il grande quesito è: dove hanno origine le qualità? Nel mondo esterno no in quanto vi sono solo masse in movimento e niente altro. Nel sistema φ no in quanto si dovrebbe concordare sul fatto che le qualità siano connesse con la percezione (puntualizzazione: nella percezione φ e ψ agiscono insieme). Nel sistema ψ no in quanto sede dei processi della riproduzione e del ricordo che sono privi di qualità. Allora si deve postulare l’esistenza di un terzo sistema (ω) che sia mosso da quantità molto piccole che però devono essere ugualmente scaricate, ma può darsi che le sensazioni coscienti compaiano solo dove le quantità siano state eliminate, tutto ciò lascia pensare che i neuroni ω siano ancora più impermeabili. L’unica via d’uscita che Freud intravede è nel rivedere l’ipotesi sul decorso di Qη, considerato fino a questo momento come il trasferimento di Qη da un neurone ad un altro, per far questo introduce un elemento di ordine temporale chiamato periodo; deve quindi ipotizzare che la resistenza delle barriere di contatto fosse valida solo per il trasferimento di Q, ma che il periodo del movimento neuronico si propagasse non inibito in ogni direzione, come un processo d’induzione. A questo punto Freud asserisce che i neuroni ω sono incapaci di ricevere Qη, ma assimilano in cambio il periodo dell’eccitamento; quindi la base fondamentale della coscienza sta nell’essere influenzati da un periodo con minimi Qη. La coscienza oltre che le qualità sensoriali presenta anche la serie di sensazioni piacevoli e spiacevoli, e poiché conosciamo la tendenza della vita psichica ad evitare il dispiacere, questo meccanismo lo si può identificare con la tendenza primaria all’inerzia; quindi con un aumento di Qη ci sarebbe una sensazione di dispiacere, mentre il piacere sarebbe la sensazione di scarica, mentre le altre qualità sensoriali si troverebbero in una fase intermedia.
Alla luce di quanto descritto finora rileviamo il funzionamento dell’apparato: gli eccitamenti del mondo esterno terminano sul sistema φ, ma non tutti gli eccitamenti passano ma solo quelli che raggiungono una certa soglia, questi che raggiungono φ hanno una quantità e una caratteristica qualitativa; inoltre mentre i processi nel mondo esterno formano un continuo in due direzioni secondo la quantità ed il periodo, gli stimoli che corrispondono ad essi, per quanto riguarda la quantità vengono ridotti e limitati da un’interruzione, mentre per quanto riguarda le qualità sono discontinui in modo tale che certi periodi non agiscono affatto da stimoli. Le caratteristiche della qualità procedono senza intoppi per φ attraverso ψ in direzione ω, dove si produce la sensazione. La quantità dello stimolo φ produce la tendenza alla scarica, quindi una parte viene trasferita all’apparato motorio, ma un’altra parte di Qη (corrispondente alla grandezza di uno stimolo intercellulare) viene trasferita a ψ. L’evitare che grandi quantità di Q che passano in φ possano invadere ψ è dovuta ad un sistema di ramificazioni del sistema φ, quindi si presume che stimoli forti seguono vie diverse da stimoli deboli.
Per quanto riguarda le vie di conduzione Freud si sofferma sulla conduzione degli stimoli endogeni, sostenendo che questi hanno una Q abbastanza piccola tale che per poter infrangere le resistenze dei neuroni ψ, che sono impermeabili, debbono per sommazione raggiungere un tale valore da abbassare le resistenze delle barriere di contatto, rendendo il circuito in qualche modo permeabile al passaggio di queste Qη, dopo che questa è cessata ripristinano le resistenze; quindi durante il passaggio di Q la resistenza è sospesa. Da questo consegue che le barriere di contatto ψ risultino essere più alte delle barriere di conduzione, in modo tale che una nuova accumulazione di Qη può verificarsi nei neuroni nucleari; sembrerebbe quindi che ψ sia alla mercé di Q ed è per il motivo che questo si origina all’interno del sistema che viene ad essere l’impulso che sostiene ogni attività psichica; Freud definisce questa forza volontà, che risulterebbe essere il derivato delle pulsioni.
Freud descrive l’esperienza di soddisfacimento come quel processo attraverso cui avverrebbero nel sistema ψ tre ordini di fatti: in primo luogo si effettuerebbe una scarica duratura, in modo tale da far esaurire la tensione che aveva prodotto dispiacere in ω; in secondo luogo uno o più neuroni del pallio (parte esterna della corteccia) sarebbero investiti di una carica corrispondente alla percezione di un oggetto; in terzo luogo altri neuroni del pallio verrebbero informati della scarica conseguenza dell’azione specifica. Tutto ciò genera una facilitazione tra queste cariche e i neuroni nucleari, generando rilevanti conseguenze nello sviluppo funzionale dell’individuo, e data l’iniziale impotenza degli esseri umani l’intervento del soccorritore che adempie l’azione specifica (es. gli da il cibo), e grazie all’apporto di dispositivi riflessi (e qui mi viene da pensare all’azione dei neuroni a specchio) gli permetterebbero di compiere all’interno del proprio corpo l’attività necessaria a eliminare lo stimolo endogeno. L’esperienza di soddisfacimento attraverso le varie vie porta ad una facilitazione tra due immagini mnestiche e i neuroni nucleari che sono stati investiti durante lo stato di tensione, quindi con la scarica di soddisfacimento, la Q defluisce anche dalle immagini mnestiche. Freud sostiene che probabilmente l’immagine mnestica dell’oggetto sarà la prima a sperimentare l’attivazione operata dal desiderio, e questa produrrà qualcosa di uguale a una percezione (allucinazione); invece se si introdurrà un’azione riflessa ne risulterà una delusione.
Il dolore determina in ψ in primo luogo un forte aumento del livello, che il sistema ω prova come dispiacere, in secondo luogo si ha una tendenza alla scarica in varie direzioni, in terzo luogo si ha una facilitazione tra questa tendenza e un’immagine mnestica dell’oggetto che ha generato il dolore. Freud sostiene che la qualità del dolore si fa sentire parallelamente al dispiacere, inoltre tiene a precisare che quando un’immagine dell’oggetto (ostile) è stata investita di recente, mediante nuove percezioni s’instaura uno stato che non è di dolore ma con questo ha molta somiglianza, che ne include il dispiacere e la tendenza alla scarica. Si può supporre che, a motivo dell’investimento dei ricordi, il dispiacere provenga dall’interno del corpo e ne sia provocato in modo attuale; tale meccanismo potrebbe essere spiegato nel seguente modo, come esistono neuroni motori che quando si caricano fino ad un certo livello di Qη scaricano sui muscoli, così esistono neuroni secretori che quando vengono eccitati agiscono da stimolo alle vie endogene che conducono a ψ, che influenzando la produzione di Qη endogene verrebbero non scaricate ma introdotte per via indiretta. Freud chiama questi neuroni “neuroni chiave” che si eccitano solo quando determinate soglie raggiungono ψ; quindi attraverso l’esperienza di dolore l’immagine mnestica dell’oggetto ostile riceve un’eccellete facilitazione verso i neuroni chiave, in ragione di questo il dispiacere si può liberare nell’affetto.
Gli affetti e gli stati di desiderio risultano essere i residui dell’esperienze di dolore e di soddisfacimento, entrambi hanno in comune il fatto che comportano un aumento della tensione Qη in ψ; l’affetto si realizza mediante un’improvvisa emissione, il desiderio per mezzo della sommazione. Inoltre lo stato di desiderio produce un’attrazione positiva per l’oggetto del desiderio (attrazione di desiderio), cioè la sua immagine mnestica; l’esperienza dolorosa ha come conseguenza una repulsione per l’immagine mnestica ostile (difesa primaria).
L’Io viene nel progetto definito come la totalità delle cariche ψ in un dato momento, ove è possibile distinguere una porzione stabile e una porzione soggetta a mutarsi; questo Io non può non tentare di liberarsi dalle sue cariche mediante il soddisfacimento, ma ciò può avvenire solo esercitando un’influenza sulla ripetizione delle esperienze di dolore e degli affetti, tutto ciò avviene nel modo dell’inibizione. L’Io in ragione di investimenti laterali induce ad un’inibizione al flusso Qη, quindi l’Io esiste in quanto deve inibire i processi psichici primari.
Prima di descrivere i processi primario e secondario va detto che dove l’inibizione è operata da un Io caricato, i segni di una scarica ω diventano in generale segni di realtà, che ψ biologicamente impara ad usare. Il processo psichico primario può essere definito come l’investimento di desiderio portato fino all’allucinazione e lo sviluppo pieno del dispiacere, che reca con sé l’esaurirsi completo della difesa; infatti se l’Io è in stato di desiderio nel momento in cui emerge il segno di realtà questo permette la scarica grazie all’azione specifica; inoltre quando si ha che un incremento di dispiacere coincide con il segno di realtà, ψ istaurerà una difesa mediante l’investimento laterale nel punto indicato; infine quando non si verifica nessuno dei casi descritti sarà permesso all’investimento di procedere senza ostacolo secondo le condizioni di facilitazione. I processi psichici secondari possono essere definiti come quei processi resi possibili da una buona carica dell’Io e che funzionano da moderatori del processo primario.
L’ipotesi secondo la quale durante il processo del desiderare, un’inibizione proveniente dall’Io conduca a un investimento moderato dell’oggetto desiderato, permetterebbe di riconoscerlo come non reale, merita degli approfondimenti. Potrebbe accadere che simultaneamente all’investimento di desiderio dell’immagine mnestica, sia presente anche la percezione della stessa. Le cariche quindi coincideranno e con il sorgere del segno di realtà da ω, ed esso, come si è appreso dall’esperienza , è seguito da una scarica che ha successo. Ma potrebbe anche accadere che l’investimento di desiderio sia presente ed accompagnato da una percezione che è in accordo con l’investimento solo in parte; partendo dal presupposto che le cariche percettive non sono mai cariche di singoli neuroni ma sempre di complessi di neuroni, e sapendo che l’esperienza biologica insegna che la scarica non debba iniziare se i segni di realtà confermano solo una parte, allora arrivati a questo punto il sistema si ritrova a convertire la somiglianza in completa identità. Considerando questo complesso percettivo come qualsiasi altro, lo si può scomporre in due componenti, un neurone che rimane sempre lo stesso ed un altro che è per lo più variabile, a questo punto il linguaggio applicherà il termine di giudizio a questa scomposizione, e scoprirà la somiglianza esistente di fatto tra il nucleo dell’Io e la componente percettiva costante e tra le mutevoli cariche nel pallio e la componente incostante. Il linguaggio descrive il primo neurone come la cosa e il secondo come il suo predicato. Quindi il giudizio è un processo ψ, reso possibile solo dall’inibizione esercitata dall’Io e messo in atto dalle differenze tra l’investimento di desiderio di un ricordo e un consimile investimento percettivo, se queste cariche coincidono ci sarà un segnale biologico che farà terminare il pensiero  e iniziare una scarica. Quando questi non coincidono ci sarà un incremento dell’attività di pensiero in un continuo itinerare fino a quando non coincideranno. Quello che porta a questo itinerare è dovuto dal fatto che la rappresentazione di desiderio del ricordo è mantenuta investita mentre si segue l’associazione partendo da un altro neurone. Potrebbe anche accadere che in questo itinerare Qη incontri un ricordo di un’esperienza di dolore dando luogo a una liberazione di dispiacere, in questo caso il neurone cercato non può essere raggiunto seguendo questa via, allora devierà da questa.
Un puro atto di pensiero si contraddistingue per il fatto che non tende alla scarica ma solo alla ricerca dell’identità. Può accadere che in uno stato di desiderio emerga una percezione che non coincida con nessuna immagine mnestica, qui sorgerà un interesse a conoscere tale immagine percettiva. Se l’immagine percettiva non è assolutamente nuova, essa farà rivivere un’immagine percettiva mnestica con la quale avrà qualcosa in comune. Fino a quando le cariche coincidono non provocherà alcuna attività di pensiero, invece quando le parti non coincidono suscitano interesse dando luogo ad attività di pensiero di due generi. O la corrente si dirigerà presso i ricordi risvegliati sviluppando un’attività mnemonica senza scopo, o rimarrà concentrata sulle componenti presentatesi, mettendo in atto un’attività di giudizio senza scopo. Se l’oggetto che fornisce la percezione è un essere umano prossimo, (l’interesse di questo è fondamentale da un punto di vista teorico dato che un tale oggetto rappresenta il primo oggetto di soddisfacimento e il primo oggetto di ostilità), e sapendo che solo  grazie a questo che impara a conoscere, si comprende l’interesse per questo oggetto. I complessi percettivi che sorgono da questo prossimo saranno in parte nuovi e imparagonabili (come i lineamenti ma anche le grida). Freud dice che il complesso di un altro essere umano si divide in due componenti: di cui una s’impone per la sua struttura costante come una cosa coerente (Lacan traduce questa parte come: per il suo apparato costante, che resta insieme come una cosa), mentre l’altra può essere capita mediante l’attività della memoria: può, cioè, esser ricondotta a un’informazione che il soggetto ha del proprio corpo. Questa scomposizione di un complesso percettivo si chiama conoscenza di esso; comporta un giudizio e ha termine quando questo scopo si realizza.
Certo che la sintesi sopra esposta non mostra la grandezza dell’opera di Freud, ma mi è stata utile per potermi immergere in una modalità di linguaggio che forse non è ancora ben strutturata e che mi permetterebbe di  comunicare con le scienze biologiche; inoltre mi ha permesso di tentare di comprendere come funzionalmente accadono degli eventi che si fanno vedere nella quotidianità; tante sono le scoperte della moderna neuroscienza che in qualche modo mi chiariscono gli aspetti del “in che modo” accadano le cose. Sapere della plasticità neuronale, e quindi che la strutturazione delle connessioni neuronali non è solo un processo dovuto ad un programma predefinito una volta per tutte, ma è anche conseguenza degli eventi del mondo in cui sono gettato, rafforza, in qualche modo, l’iniziale e passionale intento di inserirmi nelle relazioni umane in un progetto di “Cura”; infatti questa scoperta avvalora il relazionarsi in un processo di strutturazione di connessioni neuronali in continuo itinere. Apprendere che esistono strutture neuronali come l’ippocampo (situata in una porzione più profonda e presumibilmente più arcaica del cervello) deputato alla codificazione, conservazione e recupero di quella che si usa definire memoria a lungo termine, ed inoltre che le memorie attuali siano conservate nel sito corticale coinvolto originariamente nelle esperienze, elargiscono un senso maggiore a quell’intervento che spesso induce il terapeuta coinvolto nella cura a cogliere i movimenti mnemonici. Conoscere le scoperte che hanno condotto a dare un ruolo importante al sistema di connessioni dell’amigdala nelle emozioni (soprattutto quella della paura), ci permettono di sapere che questa struttura si pone tra le afferenze sensitivo-sensoriali e le efferenze del sistema neuroendocrino e la secrezione degli ormoni dello stress, svelandoci l’”in che modo” accadono determinati processi. Forse allo stato attuale, e seguendo un approccio di tipo cognitivista, il cervello viene visto come un elaboratore di informazioni, questa concezione appare necessaria in quanto consente di riconoscere all’organo cervello la capacità di processare informazioni e dare risposte in base ai dati ricevuti, ma questa visione lascia ancora non svelata la dimensione “generativa” di nuovi significati, in quel processo più ampio di nominazione del mondo. Quello che è entusiasmante è come l’essere umano possa da elementi presenti nel mondo, in una operazione di combinazione degli stessi generare altro, che a sua volta assume caratteristiche nuove e non preventivamente definibili, ma solo al loro emergere, quindi all’apparire, che è possibile, ponendosi nel presso, determinarne l’essenzialità delle proprie funzioni.
Interessantissima l’ipotesi di coscienza formulata da Edoardo Boncinelli, vista come strozzatura della clessidra che dagli innumerevoli neurostati (inconsci) in parallelo, determina una serializzazione che rende possibile l’aver coscienza, che non può che avvenire fra 250 millisecondi (tempo necessario a qualsiasi stimolo per giungere alla corteccia celebrale) e 20 secondi (l’estensione della memoria di lavoro); sembrerebbe connettersi con l’intuizione di quel sistema ω (riconoscibile come un sistema di serializzazione che dalla sommazione di processi paralleli si attivi) di cui parla Freud che agisce rispondendo ad un periodo, dato dal tempo di permanenza di Qη nel sistema ψ.
Concluderei dicendo che in effetti oggi più che mai sia necessario darsi alla possibilità di connettere le varie branche del sapere scientifico riferito alla vita che tiene al vivere, e smetterla di arroccarsi in nicchie di sapere che determinano solo un’inevitabile rallentamento delle scoperte dell’”in che modo” le cose accadano e che danno un ulteriore svelamento ai “perché”. Non a caso il progetto di Freud mostra come il processo intuitivo parte si dalle attuali scoperte dell’”in che modo” ma determina anche dei movimenti presso cui porre l’attenzione e cercare di individuare ulteriori svelamenti di quel che si cela nel corpo, e che in qualche modo danno un senso ai “perché” che ci diamo, nell’inevitabile incontro con il mondo.

 

Bibliografia

  • E. Mayr, L’unicità della biologia, Milano, Cortina, 2005, pp. 11-118.
  • S. Freud, Progetto di una psicologia, Capitolo I, in Opere, vol. 2, ed. diretta da C. Musatti, Boringhieri, Torino, 1980, pp. 201-236.
  • E. Boncinelli, “il cervello e la mente”, in: Aa. Vv., La psicoanalisi tra scienze umane e neuroscienze, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2006, pp. 285-301.
  • S. Argentieri, “Psicoanalisi e neuroscienze: un moderato entusiasmo”, in: Aa. Vv., La psicoanalisi tra scienze umane e neuroscienze, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2006, pp. 339-348.
  • P. Montella, “Se non nel corpo, dove?”, in: Aa. Vv., La psicoanalisi tra scienze umane e neuroscienze, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2006, pp. 435-443.
  • C. ColangeloLezioni tenute presso “Scuola Sperimentale per la Formazione alla Psicoterapia e alla Ricerca nel Campo delle Scienze Umane Applicate” dal 4 aprile 2008 al 6 giugno 2008.

dott Giuseppe Ceparano (19 giu. 2008)

CHIUDI

 


Copyright © 2017 by Giuseppe Ceparano e Giorgia Tisci
Tel. 0817452260
info@psicologinapoli.it

Questa opera รจ distribuita con licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3 Italia