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Naufragio in psicopatologia
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Sfogo sulle Passioni Tristi.

Leggere l’opera di Miguel  Benasayag  e Gérard  Schmit ci permette di affacciarci sulla realtà dell’esistenza attuale, e come dicono gli stessi autori e come conferma lo stesso Galimberti dominata da un futuro minaccia. Certo che per chi opera nei settori psi, ci si ritrova spesso immersi in problematiche che sono il riflesso della società attuale, ma è anche vero che la psiche individuale e quella sociale non sono nettamente separabili, quindi diventa inevitabile tenere conto di ciò che accade nel mondo, in questo mondo in cui gli esperti intravedono il domino delle passioni tristi. Personalmente, figlio di quest’epoca, non mi sembra che questo un dato solo negativo, ma come tutto ciò che accade nel mondo, dobbiamo essere in grado esserci, anche in questa realtà, in cui il dominio dell’economicità è radicale, dove l’informazione a lasciato il passo alla pubblicità delle notizie, che non interessano proprio a nessuno, dove l’utilitarismo sembrerebbe l’unico scopo della vita, si parla spesso di Berlusconi, che a mio avviso è il simbolo della realtà attuale, ed è l’unica spiegazione del fatto che le persone lo votino, e non perché sono tutte “stupide” ma in quanto è il rappresentante della realtà utilitaristica. Poi se ci accingiamo a cogliere cosa sia pericoloso nel vedere la realtà nell’accezione dell’utile, ci possiamo accorgere della mancanza dell’inutile, ed è vero. Si nel dire ci dedichiamo a decantare le virtù delle cose che non hanno un fine utilitaristico, però poi ci accorgiamo che per poter avere anche una preparazione umanistica, dobbiamo imbatterci nell’economicità, questo è senz’altro dovuto ad un sistema sociale capitalista, ma ora siamo qui, nella società tecnocratica, dove la tecnica domina ed è legittimo vedere che colleghi ed altri operatori psi siamo spaventati e affamati di tecnica, anche quelli che spesso si definiscono come non sostenitori della tecnica a tutti i costi, cadono nella loro operosità quotidiana nel ricorrere spesso inconsapevolmente nella tecnica fina a se stessa. Spesso commettiamo, a mio avviso, l’errore di definire quanto c’è come negativo, volendo a tutti i costi porci in una posizione rivoluzionaria, di demolire quello che c’è per costituire qualche cosa di nuovo. Diciamoci la verità anche il movimento della psichiatri che ha condotto alla 180 è stato un movimento rivoluzionario, in cui tutti animati dalla passione (ed è questa la cosa buona) hanno rivoluzionato l’assetto psichiatrico, questo prima funzionato ma quando è diventato norma, anche se non esistono più i manicomi, esistono però le comunità lager, esistono servizi territoriali che sono disservizi, sono i distributori dei farmaci tampona buchi, con questo non demonizzo assolutamente l’uso dei farmaci, anzi credo che la ricerca tecnica della molecola abbia dato numerosi vantaggi alla società del fare, spesso costringendo persone a rientrare nella trasparenza della quotidianità, elemento che viene senz’altro raccolto dagli stessi autori. Certo che i due autori del testo sembrano quasi istallati in un contesto che non mi appare vero, visto che riescono a dedicare il tempo necessario per accogliere la sofferenza, sono molto fortunati, in quanto animati probabilmente dalla passione, ma  certamente nella maggior parte dei centri del nostro territorio questo stenta ad accadere, e spesso si deve ricorrere alla disponibilità dei volontari e del “servizio sociale” per poter dare quel minimo di umanità alle prestazioni che richiedono attenzione umana. Forse si è creato l’escamotage del servizio sociale e del volontariato in quanto si dovevano creare dimensioni non finalizzate al guadagno, ma poi questi giovani vengono abbandonati all’economicità dell’esistenza.  Certo è che tutto ciò che sembra rivoluzionario o quanto meno mosso in modo radicale, genera inevitabilmente un ritorno al sistema principale, al capitale appunto, allora forse sarebbe più utile prestare attenzione a quello che c’è, non credo utile demonizzare la tecnica, anche perché questa non è solo la semplice ripetizione di protocolli ma, l’essenza della tecnica sta nel suo essere arte, nel suo ricombinare gli elementi standard del protocollo, per creare e rigenerare programmi di intervento a misura d’uomo, non credo che i no di contestazione siano utili a generare trasformazioni radicali, invece credo che inserirsi nel sistema possa essere l’unico modo, se veramente in noi è radicato il senso di umanità, per poter contribuire a generare dei sistemi alternativi concreti, vedi i due autori del testo, loro sono in un centro e il loro essere in posizioni di potere, quindi introdotti secondo il sistema vigente, gli ha permesso di poter applicare delle modalità di intervento che personalmente invidio. Sul fatto che siamo istallati nelle passioni tristi a me questo non preoccupa anzi mi da un po’ di fiducia sul futuro che verrà, in quanto avevo invece osservato altro, forse sarò stato distratto da miei pregiudizi non ancora risolti, ma il mondo mi appariva più che dominato da passioni tristi, dall’indifferenza, quelli indifferenza di cui parla Aldo Masullo, dove c’è la tentazione ad omologare tutti gli esseri, a renderli automi che possono solo fare quello che gli viene chiesto di fare e non possono assolutamente darsi alla creazione di realtà alternative, sono felice di sapere che ci sono le passioni pur se tristi, quanto meno questo da la possibilità di mettere in scena quella paticità che ci rende liberi di esistere, nell’accezione di stare fuori, di poter avere l’opportunità di conoscere l’altro, anche se nel torpore della tristezza.
Condivido l’idea degli autori che la essere liberi non equivale all’essere slegati dall’altro, credo che forse quello da cui dobbiamo slegarci è dalla catena di montaggio, allora ben vengano i robot, altrimenti finiremmo per diventarli noi. Non possiamo arrestare le cose che la tecnologia ci da, ma allo stesso modo non dobbiamo rimanere passivi e indifferenti osservatori, comprendo molto di più l’atteggiamento dello schizofrenico che ascoltato la notizia della mucca pazza, e vedendo nel piatto la carne, va su tutte le furie, che non quelli che continuano a mangiarla, ma forse lo schizofrenico non ha compreso il passaggio di senso che l’informazione ha assunto, quello di pubblicizzare una cosa. Forse quello che la nostra società meriterebbe è un ritorno alla semplicità dell’esistere, come facevano gli antichi greci, riscoprendo quanto di più utile esiste nel semplice stare con gli altri. La cura quella che noi da psi dobbiamo praticare, non deve limitarsi all’esecuzione dei protocolli, ma forse ed è questo che in qualche modo ho intravisto in questa scuola, non dobbiamo limitarci al fare ripetitivo, ma al fare sapendo, l’essere con il paziente, anzi con il portatore della sofferenza, non assolutamente distinguibile se di origine sociale o individuale, che a mio avviso la distinzione tra sociale e individuale risulta essere un’astrazione poco logica, ci proietta e lo proietta nella libertà che dona il legame, nella risonanza della sofferenza, che nel suo essere patico dona senso al vissuto, e genera le basi strutturali alla visione del futuro, che solo le opportunità di incontro con l’altro possono donarci.
Ben vengano i principi di Orbunia, e accettati con il loro voler rimarcare la differenza, diamo lo spazio dovuto, a quanti hanno scelto di non omologarsi, che poi in fondo anche in un sistema capitalistico avaro, potranno donare qualche cosa di utilitaristico (ricerche matematiche), ed inoltre ci danno l’opportunità di scoprire il mondo che soggiace nella profondità dell’essere in quanto esser-ci.

dott Giuseppe Ceparano (28 mar. 2008)

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