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Naufragio in psicopatologia
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Sulla linguisticità della schizofrenia.

Prima di addentrarci nell’argomento sembra opportuno fare alcune precisazioni, innanzitutto evidenziare cosa si intende per linguaggio, che potrebbe essere sintetizzato come quel nome che si dà a qualunque maniera, colla quale possa l’uomo spiegare i propri pensieri; pensiero inteso come atto con cui l’anima percepisce, considera, riflette, osserva, immagina, si ricorda, giudica e ragiona; anima intesa come quella parte di noi stessi che pensa e delibera e che gli uomini non seppero meglio esprimere che ricorrendo alle idee di soffio, di aura, di vento, che si avverte, ma non si vede. La parola linguaggio è costituita da “lingua” con il suffisso “aggio”; questa scomposizione ci riporta a cogliere cosa si intende per lingua, che rimanda a quell’organo che noi uomini adoperiamo oltre che per distinguere i sapori anche per parlare; inoltre La lingua è il modo concreto e determinato storicamente con cui si manifesta la capacità comunicativa verbale del linguaggio, dal quale si distingue in senso proprio. La lingua è pertanto lo strumento più raffinato e potente di rappresentazione simbolica, cioè di quella capacità che è alla base di tutte le funzioni concettuali. Essa è inoltre il mezzo più economico, diversificato ed appropriato che l'individuo ha a disposizione per partecipare alla vita della sua comunità, diventando un membro attivo, ricevendone il bagaglio culturale che può essere modificato secondo le proprie esigenze, in un interscambio profondo fra sé e il gruppo di appartenenza.
L'opera di Saussure ha il pregio di aver posto i fondamenti della linguistica, fondamenti a cui si sono riferiti, come accettazione o rifiuto, studiosi appartenenti ad indirizzi diversi di ricerca.
È ad esempio merito di Saussure l'aver definito il segno linguistico come l'unione di un significante e di un significato.
Per significante si intende la produzione verbale, quell'insieme di suoni che hanno la proprietà, per coloro che parlano quella lingua, di richiamare un certo significato.
Più difficile definire il significato in quanto esso si correla al concetto, all'oggetto, al fenomeno, o ad altro che il significante indica.
Inoltre il significato di una parola dipende dal soggetto psicologico e dalla lingua stessa; l'oggetto non è un "in sé", ma dipende dal soggetto che ne prende coscienza-conoscenza.
Il soggetto è condizionato dalle proprie strutture emotive e cognitive, la lingua è determinata dalle scelte del soggetto e della comunità a cui l'individuo appartiene e determina, per molti aspetti,l'organizzazione logica del mondo concettuale.
È quindi più corretto, in linguistica, definire il significato come "significato verbalmente elaborato" piuttosto che usare come punto di riferimento il concetto, l'oggetto, l'azione o la relazione; il significato è quella parte di realtà extra-linguistica a cui un certo significante fa riferimento.
Se si considera un segno linguistico si nota che esso possiede due aspetti: l'immagine acustica (cioè i suoni in successione che lo compongono) e il concetto che esso esprime. Al primo si dà il nome di significante e al secondo di significato. Il legame che unisce il significato al significante è arbitrario ed ha una motivazione storica.
Un segno linguistico si può paragonare ad una banconota. Il significante è il rettangolo di carta di una certa dimensione, con certe immagini e con certi colori, il significato è il valore (in oro o in merci) che viene attribuito a tale rettangolo di carta. Il legame tra il rettangolo di carta e un determinato valore è arbitrario: cioè non ha una motivazione logica, ma dipende da una convenzione
Un'altra distinzione importante, sempre fatta da Saussure, è la contrapposizione tra la langue e la parole.
La langue è il sistema di segni di una qualsiasi lingua ed è pertanto un sapere collettivo, è, come dice Saussure "la somma di impronte depositate in ciascun cervello" e l'individuo non può né crearla né modificarla.
La parole è l'aspetto individuale e creativo del linguaggio, è ciò che dipende dal singolo individuo e pertanto esecuzione personale, "atto di volontà e intelligenza", come ancora dice Saussure.
Il linguaggio è un sistema di simboli finiti arbitrari combinati in accordo alle regole della grammatica per poter comunicare. I vari linguaggi usano suoni, combinazioni degli stessi e altri simboli per rappresentare oggetti, concetti, emozioni, idee e pensieri. La capacità di linguaggio si è sviluppata nell'uomo a seguito di mutamenti strutturali della cavità orale. In particolare l'arretramento dell'ugola ha reso l'essere umano capace di esprimere una gamma sonora variegata, capace di garantire una non generica nomazione del mondo.
La linguistica è la disciplina scientifica che studia:
a) la lingua intesa come potenziale innato dell'uomo di produrre il linguaggio (vedi punto b). In altre parole, la linguistica studia la capacità espressiva umana pre-esistente alla sua realizzazione concreta (fonazione o parlato, scrittura ecc.). Fino a circa due anni di vita, il neonato possiede la lingua, ma non (ancora) il linguaggio.
b) Il linguaggio, in quanto prodotto di questa facoltà. Linguaggi sono ad esempio l'italiano o l'inglese, la lingua dei segni ecc. o altri sistemi comunicativi umani complessi, costituiti cioè di segmenti minimi portatori di significato (as es. i morfemi e i fonemi) articolati tra loro in un sistema gerarchico complesso (ad es. il periodo).
La linguistica generale si occupa solo di elaborare le categorie e i concetti con cui descrivere tale innata capacità. Essa si può suddividere nelle aree di:
fonologia, (fonema: è un'unità differenziante, indivisibile e astratta di un sistema linguistico)
morfologia, (Un morfema è la minima unità grammaticale isolabile di significato proprio)
sintassi  (le regole o le relazioni modulari che stabiliscono il posto che le parole occupano all'interno di una frase)
(che insieme formano quella che tradizionalmente è chiamata grammatica),
metrica o prosodia (che studia la struttura ritmica e intonativa della lingua),
semantica,  (studia il significato delle parole (semantica lessicale), degli insiemi delle parole, delle frasi (semantica frasale) e dei testi)
pragmatica (si occupa dell'uso della lingua come azione; si occupa di come il contesto influisca sull'interpretazione dei significati)
lessicologia (si occupa della strutturazione dell'insieme delle parole e delle locuzioni proprie di una lingua) (che comprende l'etimologia).
due principali metodi usati dalla linguistica sono:
linguistica diacronica, detta anche nell'ambito universitario italiano glottologia, che consiste nell'analizzare i fenomeni linguistici da un punto di vista storico e comparativo;
linguistica sincronica, che oggi segue generalmente le teorie di Noam Chomsky sulla cosiddetta grammatica generativa. Essa si basa essenzialmente sulla ricerca di determinate leggi che regolano la produzione (o la generazione, come si è soliti dire) dei fatti linguistici, in un determinato ambito temporale.

Ritornando al brano di Franco Lo Piparo: sulla linguisticità della schizofrenia; l’autore si interroga sulla possibilità che un animale non umano possa essere schizofrenico, ma al fine di poter evidenziare quanto e come la linguisticità dell’animale uomo possa costitutivamente esser presente nella formazione e negli esiti finali del mondo schizofrenico. Schizofrenia, termine che viene dall’autore adoperato in riferimento a quei fenomeni in cui si manifesta una scissione della personalità, come lo stesso Breuer  descrive in relazione al’isterismo di Anna O.: due stati di coscienza che sussistono in parallelo, uno normale e l’altro paragonabile al sogno che evidenziano la scissione in due personalità.
Secondo l’autore i due stati si incontrano rivelando un ruolo centrale del linguaggio; inoltre conferma quello che Breuer chiama “esistenza continuata del pensiero lucido durante il predomino della psicosi”, che sembrerebbe evidente dagli esempi tratti da Bertrando:
David (il paziente scrive di se stesso in terza persona) percepiva che il controllo della sua coscienza era al di fuori di sé e che egli si era fuso con l’ambiente esterno (Bertrando 1999, 61)
La cosa peggiore che si possa immaginare è essere terrorizzati dalla propria mente, la parte di noi che effettivamente controlla tutto quello che siamo, tutto quanto facciamo e sentiamo (Bertrando 1999, 100)
Lo Piparo procede per la via del commento filosofico - linguistico ad una parte dei racconti autobiografici scritti da schizofrenici (diario di una schizofrenica – Marguerite A. Sechehaye; Schizophrenia Bulletin – Paolo Bertrando) allo scopo di comprendere se e quanto la specificità linguistica possa essere considerata una delle matrici naturali della patologia schizofrenica. Prendendo come spunto l’osservazione di Aristotele che “l’uomo è l’unico animale a possedere il linguaggio (logos)” ed in particolare la nota tratta dalla pagina della “Politica” secondo cui la voce inarticolata è segno di dolore e di piacere ed è presente in tutti gli animali: avere la sensazione del dolore e del piacere e segnarsela reciprocamente; mentre invece il linguaggio, caratteristica specifica dell’uomo, ha come fine l’esprimere ciò che è piacevole e ciò che è doloroso: la capacità di sentire il bene e il male.
La pervasività del linguaggio produce due cose: modifica la logica che governa l’universo dei desideri e delle emozioni; riorganizza i confini che separano il reale dal non-reale.
Col linguaggio piaceri e dolori assumono la caratteristica di argomenti rappresentati e ridefiniti nei e coi discorsi mediante i criteri del bene e del male, del giusto e dell’ingiusto. Un desiderio linguisticizzato è un desiderio rappresentato e perciò reso oggettivo e modificabile mediante ragionamenti verbali.
Es. desiderio non linguisticizzato: non dormo perché non ho sonno
Es. desiderio linguisticizzato: non dormo perché debbo sorvegliare il deposito
Un desiderio linguisticizzato è accompagnato, implicitamente o esplicitamente, da un enunciato del tipo: Faccio (Non faccio) X perché (oppure: nonostante) Y.
La procedura di trasformazione linguistica dei desideri e delle passioni è accuratamente descritta da Aristotele, il quale sostiene che la non linguisticità dell’animo umano è duplice, c’è la dimensione vegetativa che non partecipa affatto del linguaggio e la dimensione appetitiva-desiderativa che partecipa al linguaggio in quanto è in ascolto ed ubbidisce, testimonianza del fatto che la dimensione non linguistica si lasci convincere dal linguaggio è l’ammonimento, il rimprovero e l’incoraggiamento. La necessità di dire che la dimensione desiderativa ha linguaggio implica che l’avere linguaggio dovrebbe essere inteso in due sensi: in senso proprio e in se stesso oppure come se si fosse in ascolto dei discorsi del padre.
La soggettività umana quindi si configura come un insieme, tendenzialmente coerente, di discorsi e narrazioni ed è difficile poterla pensare al di fuori del linguaggio. La definizione aristotelica di uomo:  mente che desidera o desiderio che ragiona; racchiude l’intreccio tra linguaggio e desiderio.
Coscienza e identità personale, secondo Lo Piparo, hanno una natura dialogica e narrativa. Dialogicità e narratività continuano ad essere i pilastri cognitivi portanti della soggettività schizofrenica, infatti gli imperativi a cui soggiace lo schizofrenico non sembra essere differente dalle regole comportamentali a cui tutti sottostiamo. Sembrerebbe che la scissione schizofrenica sia la versione patologica dell’architettura  dialogica della mente umana secondo Aristotele, in cui la voce esterna dello schizofrenico che deride da ordini, accusa, come il discorso interiore che la mente normale tiene in conto nell’agire come se fosse l’ammonimento o il consiglio del padre. I due stati di coscienza in cui lo schizofrenico si scinde, sono come due persone che si contrastano verbalmente una da ordini, deride, minaccia; l’altra ascolta, vive con angoscia gli ordini che riceve. Il linguaggio diventa lo spazio in cui si consuma l’interiore conflitto.
Mentre nelle demenze cognitive la distruzione della personalità si accompagna alla distruzione delle capacità ideative connesse col linguaggio, nella schizofrenia  il processo di distruzione della soggettività avviene mediante il concorso attivo del linguaggio. Provando a ricostruire quanto accade in una tipica scena delle voci: A urla, B ascolta, spesso con angoscia, lo schizofrenico è contemporaneamente sia A che B, entrambi sono accumunati da una lingua, la lingua diventa il terzo personaggio del dramma, forse meglio definirla la matrice che fornisce senso, oggettività e differenti ruoli ad A e B. Può accadere che nelle fasi più acute, lo schizofrenico metta in atto come strumento estremo di difesa la distruzione del canale comunicativo diventando anche schizoafasico. In determinati fasi della malattia alcuni schizofrenici sembrano perdere la capacità dell’uso della parola (mutacismo).
Oltre che voci il mondo schizofrenico è dominato da allucinazioni, anche qui il linguaggio svolge un ruolo, intanto perché lo possiamo conoscere solo tramite il resoconto verbale di chi lo vive, che non sono altro che enunciati dello schizofrenico sul proprio vissuto percettivo. Il contenuto mentale non ha status differente da quello di una percezione.
Accade che il percepire qualcosa e il credere di percepire qualcosa non sono fenomeni staccabili l’uno dall’altro. La simultaneità di percezione in atto e credenza nel contenuto psichico della percezione è il terreno naturale su cui sorgono le allucinazioni, ma la credenza da sola non può distinguere una allucinazione da una percezione. Le allucinazioni sono percezioni di oggetti e eventi fatti di parole. Ciò spiega perché le allucinazioni sono, più che le normali percezioni, dicibili e raccontabili, quindi dicibilità e raccontabilità non ne sono caratteristiche aggiuntive e ridondanti ma costitutive.
Può accadere che un tizio dica: piove e io credo che non piova; queste asserzioni vanno valutate, come sostiene Wittgenstein, come un comportamento il quale indichi che per sua bocca parlavano due persone. Tipica asserzione di una personalità scissa, come le percezioni-allucinazioni di Renée che non sono semplici ma doppie. Il linguaggio non è solo lo spazio naturale entro cui le personalità dello schizofrenico dialogano e configgono. È anche l’apparato oggettivo a partire dal quale l’intero sistema può vivere una propria auto rappresentazione. Grazie al linguaggio anche la caoticità interiore è rappresentabile. È l’ancora a cui gli analisti tentano di fare aggrappare il malato.

In una mente popolata da una molteplicità di soggetti che ne è del pronome in prima persona , sembrerebbe che lo schizofrenico ha la tendenza a parlare di se stesso o usando il proprio nome o ricorrendo a una descrizione definita. Infatti in filosofia del linguaggio si discute se la parola io abbia la medesima struttura logica del nome proprio. Leggendo Renèe, si nota che utilizza ai fini comunicativi, il proprio nome in luogo dell’io, ma anche quando qualcuno si rivolge a lei non accetta il tu. Secondo Benveniste nella coppia io-tu si forma la soggettività e la coscienza di sé. Usare la parola io vuol dire giocare il gioco linguistico, non privato, in cui ciascun giocatore è riconosciuto essere un io. Ma si tratta di un gioco a cui lo schizofrenico accede con difficoltà.

dott Giuseppe Ceparano (17 giu. 2008)

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