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Naufragio in psicopatologia
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Su l'attacco di panico.

Un fulmine a ciel sereno si abbatte su chi per caso si trova lì in quel determinato momento?
Anche se l’origine del fenomeno fulmine non è ancora del tutto chiara, sappiamo che è una scarica elettrica di grandi dimensioni che si instaura tra due corpi con una elevata differenza di potenziale elettrico, come potrebbe essere un corpo carico di particelle positive ed uno carico di particelle negative.
Quindi questo fenomeno si dà tra due corpi in opposizione e determina un «gettare a terra quasi d’un colpo» essendo un qualcosa, con la proprietà di attirare o respingere, che gravando deve essere tolto.
Il Panico è come se fosse un fulmine, che invece di abbattersi attacca chi si trova lì in un determinato momento?
Come il fulmine che necessita per poter esistere di due corpi in opposizione, potremmo dire che il Panico ha bisogno di due «stati» contrari per potersi manifestare, provocando come in qualsivoglia attacco perdite su entrambi gli schieramenti in contrapposizione, proprio come su un campo di battaglia; dato che nel caso specifico i contendenti sono particolari «stati», cioè «modi d’essere», entrambi ne riporteranno delle conseguenze.
Si è cercato di delineare, utilizzando le similitudini con il fulmine, il campo entro cui va esaminato il fenomeno Panico, quello che però meglio lo mette in evidenza è il descriverlo; la pratica clinica offre numerosi casi di attacchi di panico, come quello di Cesare, uomo di 46 anni che narra quanto segue:
«stavo guidando, io guido sempre, da quando avevo diciotto anni che lo faccio; stavamo andando a Roma, con me stava la mia famiglia; avevamo deciso insieme di visitare il Colosseo ed altro. All’altezza di  Caserta Nord mia moglie ascoltava musica, mio figlio di 14 anni giocava con la PSP e mia figlia di 16 anni inviava e riceveva messaggi con il cellulare. Non stavo pensando a nulla di particolare, anzi: mi chiedevo se il tempo avesse retto, vista la presenza di nuvole; all’improvviso non sapevo cosa stesse accadendo, iniziai a sentire il cuore che andava a mille, il braccio sinistro mi faceva male, sentivo i formicolii lungo il braccio e il torace, la gola si stringeva, iniziavo a sudare, respiravo a fatica, le mani tremavano, mi faceva male il petto;  come se avessi avuto un grosso peso sul petto, mi dava un grosso fastidio. Ebbi la forza di accostare l’auto nella corsia d’emergenza, ero pallido e sudavo freddo, chiesi a mia moglie di portarmi immediatamente in ospedale; non riuscivo a stare bene, il cuore pulsava velocemente, il dolore al petto si faceva sempre più insistente. Uscimmo a Caserta Nord,  mia moglie si fece indicare la strada per il pronto soccorso, nel frattempo mi stava iniziando a passare ma ero confuso, non vedevo chiaramente: come se avessi avuto un velo sopra gli occhi. Arrivati in ospedale subito verificarono l’ossigenazione del corpo, mi fecero un elettrocardiogramma; iniziavo a stare più risollevato, mi fecero i prelievi, mi hanno somministrato qualcosa, credo un calmante, ed alla fine il medico mi ha detto: non si preoccupi è stato solo un attacco di panico».
L’evidenza data dall’esclusione di un problema relativo all’apparato cardiovascolare ha permesso al medico di poter determinare che la sintomatologia indicasse un attacco di panico.
La diagnosi non tranquillizza anche se racchiude il problema in un quadro nosologico, permettendo al soggetto di cercare il miglior metodo per risolverlo; l’attacco di panico spesso da sé non determina la richiesta di aiuto, molto di più la paura di un nuovo attacco e fobie che in qualche modo derivano dallo stesso. Ricorrendo alla similitudine relativa al fulmine, si potrebbe dire che coloro che hanno fatto esperienza di almeno un attacco di panico richiedono come evitare di essere folgorati ed anche come elaborare lo spavento indotto che ha determinato fobie per eventuali luoghi, cose e momenti.
Il soggetto di cui si è narrato il primo attacco di panico ha chiesto aiuto perché non riusciva più a guidare in autostrada, ogni volta che ci riprovava, si ripresentavano gli attacchi di panico o almeno qualcosa di simile.
Arrivati a questo punto, oltre aver definito il come si è presentato l’attacco di panico e del come si sia prodotta la richiesta d’aiuto, sembra necessario fare qualche ulteriore riflessione: quanto accade all’improvviso ai soggetti, che una eventuale diagnosi indica come attacco di panico, è appunto un fulmine a ciel sereno che si abbatte su un soggetto che non lasciava presagire alcun tipo di difficoltà, ma questo evento determina uno sconvolgimento tale da dover mettersi alla ricerca del rimedio più efficace.
Così come l’origine dei fulmini è incerta, anche per gli attacchi di panico si fanno numerose ipotesi riguardanti l’origine, sta di fatto che la condizione di possibilità che fa si che il fenomeno si inneschi sembrerebbe dovuta alla presenza di almeno due «modi d’essere» in contrapposizione ed altamente carichi tali da essere vissuti con il modo del tormento che necessità di essere tolto, quindi un peso di cui non ci si riesce a disfare e da cui il corpo cerca di risollevarsi; questo accade nei momenti che non si riesce preventivamente a determinare, ed ha lo stesso modo di innescarsi dell’emozione paura.
Ma è proprio la paura quella che si prova?
La seguente definizione riesce a svelare quello che accade: «Quando poi ciò che è minaccioso si presenta come orribile e nello stesso tempo ha il modo di presentarsi di ciò che è spaventoso, cioè la subitaneità, la paura diviene terrore» (Heidegger, 1927: 176).
È proprio il terrore che prova chi è colto da un «attacco di panico», in quanto non è riconoscibile quel qualcosa che lo determina.
Quindi non sono evidenti gli «stati» in contrapposizione?
Certo quello che non è riconoscibile è l’elemento che origina il fenomeno, anche sé già prendere coscienza dei «modi d’essere» in contrapposizione permette al soggetto di tenere sottocontrollo lo scontro.
Ma come può una contrapposizione tra due «stati» generare, mettere in scena, manifestare un’attivazione fisiologica così violenta tanto da essere avvertita come il sopraggiungere della morte?
Sappiamo dalle ricerche in campo neurofisiologico e psicofisiologico che l’emozione paura determina il rilascio di adrenalina (epinefrina) che provoca la cosiddetta risposta «attacca o fuggi», per cui il corpo si prepara ad un'attività fisica importante; tale situazione porta a sua volta ad una frequenza cardiaca accresciuta (tachicardia), respirazione rapida (iperventilazione) e sudorazione. Dato che ciò che il soggetto vive è una paura che per determinate ragioni diviene terrore è colto come da qualcosa che non riconosce, unita alla mancanza di una evidente attività fisica nel mondo reale; il soggetto riconosce «impropriamente» nella risposta fisiologica la causa, quindi «crede» di essere in preda a qualcosa di fisico, che ha il carattere terrifico.
Che cosa la nostra cultura vede come terribile relativo a ciò che può accadere ad un corpo-uomo? La morte.
«Modi d’essere» in contrapposizione che sovra-caricati inversamente, in determinate condizioni, producono l’attacco di panico, che pone nella condizione di essere-per-la-morte, questo accadrebbe quindi nel soggetto quando manifesta il fenomeno Panico; la morte è un qualcosa che sopraggiunge più o meno improvvisamente che determina la fine di una vita ma non della vita, tanto è vero che la perdita di una persona cara produce un dolore lacerante, come se andasse persa una parte di se e viene richiesto un tempo affinchè si possa rimarginare la ferita, tempo che è cronologicamente diverso da soggetto a soggetto.
Il voler discutere su «l’attacco di panico» conduce come un’inevitabile conseguenza a tematizzare la morte; la si teme o meglio terrorizza, cosi come il Dio Pan che con l’aspetto mostruoso e la voce poderosa incuteva agli abitanti dei paesi vicini un tale terrore che dal suo nome si coniò l’espressione timor panico. Plutarco (celebre storico greco) racconta che durante il regno di Tiberio, mentre una nave romana passava al largo di un’isola del mar Egeo, il vento calò improvvisamente e, nel successivo silenzio, si sentì una voce misteriosa gridare: «Il grande Pan è morto!». È l’unico Dio della mitologia Greca di cui si narra la morte.
Questa incursione nel Mito da un lato lascia rilevare la derivazione della parola Panico dal nome del Dio Pan, dall’altro le similitudini tra Pan, che viene rappresentato come mezzo uomo e mezzo caprone, e i due «stati» che sono condizione di possibilità affinchè possa accadere un attacco di panico; inoltre quel grido che annunciava la morte di Pan è stato interpretato secondo gli astrologi romani come la fine di un’era e l’inizio di un’altra, quindi per restare in tema, il soggetto che soffre di attacchi di panico deve cercare di far emergere dalla propria unitarietà quel grido che è alimentato proprio dalla risoluzione del conflitto tra i «modi d’essere» in contrapposizione, quella sintesi tra gli «stati», che già l’attacco di panico aveva preannunciato,  sta lì a segnare il passaggio da un tempo ad un altro, tempo distinto dal superamento per sintesi di una situazione non risolvibile con la vittoria di una parte contro un’altra. Morte che aleggia come spettro non perché finisce la vita di chi è «folgorato» dall’attacco di panico ma perché è venuto il momento di terminare, di porre fine, alla contrapposizione tra due «modi d’essere» che per svariati motivi, per determinate contingenze, alimentata da particolari vissuti si sono sovra-caricati in senso opposto, ed avendo posto le condizioni in cui  il fenomeno Panico si è lasciato vedere, vanno rilevati, posti alla coscienza e con un’operazione di sintesi posti al servizio dell’autentica unitarietà dell’essere.

Bibliografia

Giuseppe Ceparano & Giorgia Tisci(21 maggio 2010)

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