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Naufragio in psicopatologia
Naufragio in psicopatologia
Naufragio in psicopatologia
 
 

Valutazione del profilo della personalità nell’ambito della Sanità Pubblica nei riguardi di atti tesi al raggiungimento di un obbiettivo “burocratico”: l’utilizzo del test psicometrico di personalità.

Giuseppina CECCOLI * – Giuseppe CEPARANO**
(* psicologa- psicoterapeuta   **psicologo)
17-nov.-2006

Introduzione
Quando una persona è sottoposta allo”stress” della procedura burocratica di pratiche che in qualche modo lo “sospendono” dalla routine del programma abituale della propria pianificazione della vita quotidiana, cosa accade? Tali processi burocratici comportano prove o esami, necessari per ottenere certificazioni, attestati o comunque atti ufficiali, richiesti dai regolamenti e meccanismi della pubblica amministrazione, che pongono la persona nella condizione di scegliere di alterare o meno lo stato delle cose con ingannevoli asserzioni contrarie alla verità (bugie?) ovvero a svisare i fatti o fingere, inventare, mentire nell’affermare ciò che non è vero o non è esatto. Perché? Il contesto ambulatoriale funge da contenitore in cui l’utente è inserito determinando già di per sé un’influenza e il fine che intende raggiungere il fruitore, variabile a secondo del voler essere riconosciuto “sano di mente” o “insano di mente”, determinano  un’ulteriore influenza.
Nel nostro lavoro di psicologi all’interno del UOSM n°58 dell’ASL NA2 ci vengono inviati da Enti Pubblici o da Privati persone a cui viene prescritta la somministrazione del TEST MMPI-2 ai fini di accertamento di potenziali patologie di rilievo psicogeno per il completamento di atti di ufficio volti al raggiungimento di un obbiettivo. Quindi il test non viene utilizzato allo scopo di approfondire una diagnosi psicopatologica, utile ai fini clinici, ma verosimilmente per “oggettivare” questa.
Aspetti Teorici
Un test che presenta domande a cui bisogna rispondere vero o falso obbliga sia l’utente che il committente a conoscere cosa si intende per verità. Il vero, così come presentato nei comuni vocabolari, corrisponde a ciò che è reale, effettivo, in assoluto o relativamente a determinati fatti; la verità quindi assume un valore di conformità rispetto alla realtà, è lecito quindi desumere che si risponda vero a quelle asserzioni che per qualche ragione le si ritenga conformi alla propria realtà, così come essa appare o quantomeno come si vuol far credere appaia.
Per il filosofo greco Platone, la realtà ha un fondamento stabile, qualcosa che è e non può non essere e che, per questo motivo, costituisce la verità delle cose, il modello di cui queste sono un’imitazione.

  1. La classica metafisica razionalista situa la verità come evidenza.
  2. L’idealismo dialettico pone la relatività della conoscenza e della verità.
  3. Il concetto di verità, per il Neopositivismo, può essere riferito solo alle affermazioni su fatti confermati empiricamente (verificazionismo).
  4. Per il Razionalismo critico (in un’ottica di assoluto relativismo) esistono solo opinioni, non verità.

Come accennato nell’introduzione, lo scopo del nostro studio è quello di valutare quanto incida la motivazione al raggiungimento di un obiettivo;
Prima di procedere, sarà utile soffermarsi su alcuni punti fondamentali che sono emersi dai primi tentativi di studiare la motivazione umana, in quanto gli esseri umani sono sempre stati interessati alla questione di che cosa ci spinga a compiere determinate azioni.
Sembra chiaro che buona parte del comportamento umano è guidato da scopi; le ragioni, o gli scopi, che appaiono dirigere il comportamento, sono i motivi, e i risultati che il comportamento sembra diretto a raggiungere sono gli obiettivi. Può accadere di stare facendo qualcosa per una ragione quando, in realtà, il vero motivo è un altro, in questo caso parleremo di motivi inconsci, posti da Freud al centro della sua teoria della motivazione umana.
Dai tempi di Platone fino a tutto il Medio Evo (probabilmente ancora oggi) si è ritenuto come unico controllore dell’agire umano la ragione (libero arbitrio); già a quei tempi, come sosteneva il filosofo greco Democrito, vi erano persone contrarie all’idea del libero arbitrio e che sostenevano che gli eventi sono il risultato di concatenazioni inflessibili di causa ed effetto.
Per concludere qui, ma senza dimenticare quanti altri filoni teorici hanno affrontato la questione motivazione, è necessario citare uno psicologo di nome Henry Murray [1938] che fece alcune delle prime ricerche sistemiche sulla motivazione alla riuscita, considerandola un fondamentale bisogno umano. Secondo Murray, il bisogno di riuscire è il bisogno imperativo di ottenere uno obiettivo [Murray 1938].
Soggetti & gruppi
Per l’analisi dei dati abbiamo preferito utilizzare tutti i soggetti esaminati per evitare di rendere tendenziosi i risultati. Partendo dall’ipotesi che i soggetti che si presentano alla somministrazione del test MMPI-2 per “pratiche di ufficio” (burocratiche) richieste da terzi, e grazie alla possibilità, data dal test, di individuare il grado di “simulazione-dissimulazione” e convertendo quanto dato nella dicitura “dare-non dare buona impressione di sé” e tenendo conto della motivazione di invio validante-invalidante abbiamo costituito due gruppi. Il primo gruppo etichettato come “gruppo che deve dare una buona impressione di sé” .
I due gruppi analizzati nella nostra ricerca presentano i soggetti distribuiti per il 29,4% nel gruppo “non dare buona impressione di sé” e per il 70,6% nel gruppo “dare buona impressione di sé”.
Ipotesi di lavoro
Lo scopo ultimo dello studio è stato verificare l’eventuale potere discriminativo delle Scale del test MMPI-2, sia Fondamentali, sia di Contenuto che Supplementari rispetto ad un atteggiamento collegato alla motivazione di dare una buona impressione di sé o di non dare una buona impressione di sé.
La nostra ipotesi si propone di verificare se si evidenziano nel gruppo “non dare buona impressione di sé” valori più alti le scale denotanti sintomi patologicirispetto a quelli “dare buona impressione di sé”
Il nostro lavoro, quindi, si prefigge di dare una risposta ai seguenti quesiti:

  1. Il test MMPI-2 è in grado di evidenziare nel complesso una discriminazione tra i soggetti che devono dare una buona impressione e quelli che non la devono dare una buona impressione di sè?
  2. È lecito ipotizzare che le dimensioni psicologiche misurate da alcune scale di base,  di contenuto e supplementari sono influenzate in modo rilevante dal fattore "gruppo", cioè dalle caratteristiche dell’atteggiamento presenti al momento della somministrazione?

Metodi
Il test
In questo articolo possiamo solo sottolineare come le aree di personalità indagate da questo test rappresentino delle dimensioni psicologiche riscontrabili anche nel soggetto senza disturbi psichici e che solo nei punteggi più estremi possono acquistare un significato psicopatologico.
Per quanto concerne i soggetti della nostra ricerca, il test è sempre stato somministrato rispettando tutte le indicazioni suggerite dagli Autori.
Elaborazione dei dati
L’analisi dei dati è stata svolta con il software statistico SPSS per Windows, versione 12.0.
Le misure considerate sono i punteggi alle singole scale di base, di contenuto e supplementari del MMPI-2; sono stati calcolati indici statistici di tendenza centrale (media aritmetica), riferiti al gruppo di appartenenza.
I campioni diagnostici sono stati quindi confrontati attraverso l’analisi della varianza con disegno completo (test F di Fisher); in questo modo si sono studiati gli effetti del fattore gruppo di appartenenza sul punteggio registrato ad ogni singola scala (variabile dipendente).
La popolazione esaminata comprende 51 soggetti a cui è stato somministrato il test MMPI-2 per ottenere un obiettivo burocratico che si presentano alle AA SS LL nell’arco di quindici (15)mesi.
Al riguardo sono stati ritenuti statisticamente significativi i valori di F in cui la probabilità di errore (p) risultasse inferiore a 0.05.
Più precisamente si è cercato di individuare in quale parte i risultati della variabile dipendente siano dovuti: agli effetti del primo fattore (gruppo); a questo punto si poneva ai nostri occhi un quesito rilevante in base alle nostre ipotesi di lavoro: qualora si riscontri un’influenza del fattore "gruppo" sulle risposte date ad una certa scala, significa che i due campioni in quella variabile si differenziano; ma in quale senso si esplicita questa differenza? O meglio, tutti e due i campioni differiscono significativamente tra di loro, oppure esiste una sovrapposizione di punteggi tra i due gruppi?
Risultati: Profili dei valori medi & ANOVA univariata
Intendiamo dare solo delle chiarificazioni per poi giungere nella parte finale a fare delle valutazioni conclusive.

Grafico 1


Nel grafico n°1 si evidenziano quelli che sono i punteggi medi ottenuti dai due distinti gruppi per quanto riguarda gli indici che in qualche modo ci permettono di verificare la validità o meno di ogni singolo test effettuato, e relazionandolo all’analisi univariata possiamo dedurre che i due gruppi differiscono in modo statisticamente rilevante assumendo come probabilità di errore (p) inferiore a 0.05. Volendo soffermarci su una più profonda analisi dei dati possiamo notare che gli indici F, Non_so, F-K, Percentuale risposte Vere hanno valori più alti nel gruppo “Non dare buona impressione di sé” ed in particolare  l’indice F ha un valore medio superiore a 70, indicativo di validità al limite del test, oltre che l’uso dei sintomi per ottenere favori; desta senz’altro curiosità la percentuale di risposte vere di questo gruppo che è sensibilmente superiore rispetto al secondo gruppo, forse perché il test viene vissuto come valutazione del grado di malattia?
Il gruppo “dare buona impressione di sé” assume valori sensibilmente più lati per quanto riguarda le scale L, K e Percentuale risposte False, restando però nei limiti.

Grafico 2

Nel grafico 2 sono riportati i valori medi delle scale fondamentali con correzione K ed è lampante, almeno visivamente, che i valori ottenuti dal gruppo “Non dare buona impressione di sé” siano superiori ai valori del gruppo “Dare buona impressione si sé”; inoltre questa differenza è avvalorata dall’analisi della varianza univariata che ci permette di affermare che esiste una differenza statisticamente rilevante per tutti gli indici, tranne che per la scala Ma. Volendo anche in questo caso fare delle considerazioni più dettagliate è possibile attestare che sia le scale dell’area nevrotica (Hs, D, Hy) che quelle dell’area psicotica (Pa, Pt, Sc) sono sensibilmente più alte nel gruppo “Non dare buona impressione di sé” ed in alcuni casi superano nettamente il punteggio di cut-off (65 punti T).

Grafico 3

Il grafico 3 ci presenta i valori medi delle scale supplementari; anche in questo caso si evidenzia come il gruppo “Non dare buona impressione di sé” assume valori più alti rispetto al gruppo “Dare buona impressione di sé” tranne che per la scala O-H (ostilità ipercontrollata), anche se l’analisi ANOVA univariata rileva una differenza statisticamente rilevante per le scale Fb, APS, PK, O-H e MDS.

Grafico 4
4

Il grafico 4 mostra i valori medi delle scale di contenuto, che sia come mostra il grafico che i risultati dell’ANOVA univariata, ci permettono di affermare che esiste una differenza statisticamente rilevante per tutte le scale di contenuto e che i punteggi del gruppo “Non dare una buona impressione sé” sono superiori ai punteggi del gruppo “Dare una buona impressione di sé”.
Discussioni e Conclusioni
Nel complesso, il test MMPI-2 è in grado di evidenziare una discriminazione tra i soggetti appartenenti al gruppo “Dare una buona impressione di sé” e quelli appartenenti al gruppo “Non dare buona impressione di sé”. Le dimensioni psicologiche possono essere influenzate dal fattore gruppo di appartenenza. Inoltre vorremmo ricordare che i gruppi, così come sono stati realizzati, rispondono ad un atteggiamento teso al raggiungimento di un obiettivo. Il fine della ricerca vuole essere quello di sollecitare la comunità scientifica a realizzare una ricerca, su un campione più ampio, avvalendosi anche di una analisi fattoriale, per poter in qualche modo verificare se i due gruppi, così come da noi realizzati, siano distinti da uno o più fattori, e in qualche modo evidenziare se ci sia o meno un fattore atteggiamento.

Bibliografia

Abbagnano N., Foriero G. (1990). Filosofi e filosofie nella storia vol. I° II° III°. Torino: Paravia.
Barbaranelli C. (2003). Analisi dei dati. Milano: Led.
(1905). Tre saggi sulla teoria sessuale. Torino: Boringhieri, 1993.
Gallucci, M., Leone, L., Perugini, M. (1997). Navigare in SPSS per Windows. Roma: Kappa.
James N. Butcher, Carolyn L. Williams (1996). Fondamenti per l'interpretazione del MMPI-2 e del MMPI-A. Firenze : Giunti, O.S. Organizzazioni Speciali
John M. Darley, Sam Glucksberg, Ronald A. Kinchla. (1993). Psicologia I. Bologna: Il Mulino.
Kline P. (1996). Manuale di Psicometria. Roma: Astrolabio.
Murray H.A. et al. (1938). Explorations in Personality. New York: Oxford Univ. Press.

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