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Naufragio in psicopatologia
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Appunti sul "mangiare".

Si parla di “mangiare” e questo non può che rimandare la nostra attenzione alla “mangiabilità”, appunto il modo d’essere di ciò che possiamo definire il “mangiare”: non ci sogneremo mai di dire che la pietra si possa mangiare, però possiamo mangiare le foglie; non mangieremmo mai l’oro, ma mangiamo volentieri il miele prodotto dalle api. In effetti cosa è il “mangiare”? Forse quello che possiamo provare a dire è come si dà il “mangiare”, evitando di discostarci troppo dal suo manifestarsi e cadere presso l’apparenza; infatti, possiamo scambiare un buon manufatto in plastica a forma di mela come una vera mela anche se ad essa rimanda. Quindi il “mangiare” è tutto ciò che è “mangiabile”, conducendoci presso ciò che siamo soliti chiamare cibo, alimento, nutrimento, foraggio, vivanda, che in qualche modo risulta essere necessario affinchè il corpo si tenga in vita, o meglio sarebbe dire ciò che garantisce l’esistenza nel tempo e nello spazio di un esistente: come se fosse la benzina per le auto, il carbone per la brace. In ragione di quanto detto possiamo dire che il “mangiare” è per l’uomo ciò che può essere metabolizzato dal proprio organismo. Pertanto il suo darsi deve possedere le caratteristiche di ciò che può essere digerito, appunto separabile in parti mediante i succhi gastrici in sostanze idonee alla nutrizione.
“Mangiare” rimanda sempre ad un qualcosa che riguarda un fare proprio.
Parliamo di “mangiare” ogni qualvolta ci si rivolge a qualche cosa che viene passata per la bocca (anche in senso figurato), talvolta solo masticata talaltra anche ingoiata, che tende a placare ciò che siamo soliti chiamare fame. Spesso non si tiene nemmeno tanto conto di ciò che viene mangiato, basta che “riempia”; o nel caso che intendiamo sentirci “leggeri” possiamo anche evitare di mangiare cose.
Eccessi di cose mangiate e l’abuso di determinati prodotti o nel caso contrario mancanze di cose mangiate e l’assoluta privazione di tutti o qualche prodotto può determinare stati di malessere.
In tutte le psicopatologie e patologie ci si accorge dei riflessi che determinano sul “mangiare” e/o sono determinate dal “mangiare”.
Nelle fasi di crescita dei bambini cominciamo a parlare di “mangiare” nel momento in cui, con lo svezzamento, disabituiamo il bambino al solo bere, per iniziarlo ad una nuova pratica, che prevede l’introdurre cibi semisolidi prima e solidi dopo che necessitano di una partecipazione più attiva della bocca, della lingua e successivamente anche dei denti; questa azione, “mangiare” appunto, diventa da quel momento in poi d’uso e da cui dipenderà la crescita, tenendo il soggetto non solo in prossimità di ciò che riguarda la nutrizione, ma anche, e direi soprattutto, lo stare nel mondo. “Mangiare” lo si adempie attraverso le abitudini acquisite e spesso annuncia e/o denuncia situazioni in cui Ci si ritrova.
Sono varie le cose che introduciamo, mangiando, nel nostro corpo che ci permettono di vivere, molte invece vengono mangiate solo perché ci piacciono, altre rifiutate perché non di gradimento; quindi, queste cose consumate, ingerite, ingoiate o in alternativa rifiutate, respinte, rigettate sono sempre lì ad offrirci ciò che ci manca, o ciò di cui vogliamo farne a meno; questo meccanismo di riempimento o alleggerimento, gioca un ruolo da un punto di vista nutrizionale e quindi anche esistenziale.
Porci presso il “mangiare”, lascia intravedere come le sostanze alimentari svolgono un ruolo complesso nel rapporto esistente tra Esserci e Mondo, come se mediasse tra l’esistere e l’esistente, tramite il cibo che è proprio un elemento che appartiene al Mondo, a quegli utilizzabili di cui solo possiamo prenderci Cura e di cui da sempre ci accorgiamo dell’utilizzabilità. Questa “mangiabilità”, non è altro che l’utilizzabilità dell’utilizzabile cibo; l’uso che di questo utilizzabile (cibo-mangiare) l’Esserci né fa rimanda si a qualcosa che ha a che fare con il cibo stesso, ma: “L’a-che primario del cibo è un in-vista-di-cui”(Heidegger, 1927:109[corsivo mio]) l’Esserci è, inteso come progetto di un poter essere effettivo. Quindi il significare del “mangiare” è un modo per poter essere, che dipende dal progetto esistenziale a cui l’Esserci mira, travalicando spesso quel compito attribuito al “mangiare” di nutrire il corpo, assumendo invece il ruolo di mezzo attraverso cui si può essere nel mondo.
Alla luce di quanto detto, “mangiare”,  nel progetto esistenziale dell’Esserci che gli va incontro, diventa il tramite attraverso cui possiamo renderci conto di ciò che in quell’esistenza sta accadendo, soprattutto quando facciamo esperienza dei modi difettivi con cui si mostra la “mangiabilità”.
Possiamo assistere ad eccessi o difetti alimentari che producono sovrappeso o sottopeso, in questi casi si cerca di ovviare facendosi prescrivere una dieta che riequilibri.
Ci sono casi in cui è evidente una stramba nutrizione dove il soggetto arriva a mangiare di tutto, talvolta anche le pietre, in queste situazioni si cerca di ovviare con interventi rieducativi e nelle condizioni più gravi con un’assistenza totale.
Alcune patologie organiche possono determinare l’impossibilità di metabolizzare alcune sostanze nutritive divenendo perfino veleno, i soggetti affetti da queste disfunzioni anche se volessero non possono assumere determinate sostanze, in questi casi si cerca di ovviare con sostanze farmacologiche o pratiche mediche.
Si incontrano stati in cui c’è il rifiuto per il cibo, o pratiche in cui anche se si assumono alimenti vengono poi eliminati attraverso eccessive attività e/o vomito, in queste situazioni si cerca di ovviare con la psicoterapia e la farmacoterapia.
Nei casi accennati, oltre ad essere menzionato come attualmente si è soliti trattare queste situazioni, è evidente come l’utilizzabilità del “mangiare” sia il mezzo attraverso cui si dice altro, ed è proprio grazie a questo mezzo che si possano ri-creare progetti di poter essere nel mondo. Quindi appare ovvio che sia sempre auspicabile in tutti i casi indicati l’introduzione di un intervento psicologico che vada oltre il rapporto esclusivo tra il “soggetto” e il “mangiare”, che si sovrapponga al “mangiare” nel suo essere mezzo, per poter delineare un ampliamento d’orizzonte, un ulteriore in-vista-di-cui poter essere, restituendo all’alimento l’alimentare.
La Psicologia non può non soffermarsi sul “mangiare”, soprattutto perché è il “mangiare” ad essere il veicolo per poter esistere in quanto organismo vivente e soprattutto perché è mezzo per poter Esserci.
“Mangiare” nella sua utilizzabilità lascia intravedere la situazione emotiva del soggetto, in quanto il lasciar venire incontro ciò che mangia, permette di esserne colpito, e se ad esempio si è nella situazione emotiva della paura può scoprire il cibo come minaccioso.
Quel che si è detto sul “mangiare” vuole solo essere da spunto a ricerche ulteriori, in cui non si dividano più l’utilizzabile (il “mangiare”) dall’utilizzatore (il “soggetto”), ma li si tenga, cosi come si mostrano, insieme; ed è da questa imprescindibile unione, o meglio da essa e per essa che vanno ristabilite le connessioni tra quanti vogliano proporsi nell’Aver Cura

Bibliografia

Giuseppe Ceparano & Giorgia Tisci (24 gennaio 2012)

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