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Naufragio in psicopatologia
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LA PSICOTERAPIA SECONDO IL MODELLO DI J. WEISS.

(J. Weiss, Come funziona la psicoterapia, Bollati Boringhieri, 1999, Torino)

Nel leggere il testo di Weiss ho avvertito sin da subito una forte sintonia con il tipo di approccio che l’autore descrive. È un orientamento che sento molto vicino al mio modo di pensare, e non solo. Nello sfogliare il libro mi venivano alla mente, spesso anche in rapida successione e in maniera disordinata, dei flash: ricordi inerenti la mia storia personale, il modo in cui questa è stata portata in terapia, i discorsi avuti con la mia terapeuta e le sensazioni a questi legate; ma anche memorie rispetto al ruolo inverso che investo, quello di terapeuta, e quindi, i ragionamenti e i dialoghi con i miei pazienti, i dubbi  e le ipotetiche spiegazioni per non aver imboccato la strada giusta ma anche i tanti riconoscimenti che i pazienti, inconsapevolmente, mi hanno donato quando stavo percorrendo il sentiero giusto.
La teoria di Weiss, di stampo psicoanalitica e che fa riferimento in particolare al II° Freud, si fonda su un concetto basilare: i problemi del paziente derivano da credenze inconsce patogene, che influiscono negativamente sulla sua autostima e che gli impediscono di raggiungere obiettivi adattivi e piacevoli.
Queste credenze patogene tendono a formarsi nella prima infanzia, in seguito ad esperienze traumatiche vissute con i genitori e con i fratelli. La forza di queste credenze deriva dal fatto che il bambino attribuisce ai genitori un’autorità assoluta, in quanto figure fondamentali per la sua sopravvivenza e la sua crescita. Di conseguenza, non può fare altro che mantenere con loro una relazione efficace e soddisfacente. Del resto, a quell’età, non ha sufficienti esperienze nei rapporti interpersonali per poter valutare la correttezza del comportamento dei genitori; tenderà, così, ad attribuire la ragione ai genitori e il torto a sé. Quindi, finché il bambino è totalmente dipendente dai genitori, l’unico modo per potersi adattare è costruire coi genitori una relazione solida, che comporti un legame stabile e che assicuri il soddisfacimento dei suoi bisogni. Tutto ciò è talmente importante per il bambino che farebbe qualsiasi cosa, anche se spiacevole.
Nell’ambito del lavoro terapeutico il paziente mette alla prova le sue credenze patogene, al fine ultimo di poterle disconfermare attraverso l’aiuto stesso del terapeuta. Può farlo sia tramite il comportamento non verbale che attraverso le parole. Il paziente tende, così, a progettare i suoi test in modo da raccogliere quante più disconferme alle sue credenze, col minimo rischio. Questo può avvenire in due modi: attraverso il rivolgimento del passivo in attivo e attraverso il transfert. Nel primo, il paziente riproduce i comportamenti traumatizzanti che uno dei genitori ha avuto con lui, nella speranza che il terapeuta non ne rimanga sopraffatto (vissuto del terapeuta = tensione/ansia/imbarazzo/senso di colpa/umiliazione/confusione/impotenza). La reazione del terapeuta, dal momento che non si lascia traumatizzare, può essere per il paziente un esempio di comportamento e può risollevarlo. Nel secondo, cioè attraverso il transfert, il paziente si comporta come si era comportato da bambino mettendo il terapeuta nella posizione dei genitori (vissuto del terapeuta = senso di sicurezza), sperando questa volta di non avere sul terapeuta l’effetto che aveva avuto sui genitori. Se questa speranza si concretizza, il paziente può iniziare a disconfermare la credenza di essere stato lui ha creare nei genitori quelle reazioni traumatizzanti.
Secondo Kohut, esistono due tipi di transfert: il transfert speculare, nel quale il paziente cerca di verificare la credenza patogena secondo cui non merita ascolto, attenzione e rispetto (il paziente ha bisogno, quindi, di essere ascoltato e ammirato dal terapeuta); il transfert  idealizzante, nel quale il paziente cerca di  riscontrare la credenza secondo la quale non merita una relazione con una persona autorevole e stimata (il paziente ha la necessità di idealizzare il terapeuta). Il terapeuta deve quindi rispondere a seconda del transfert sviluppato dal paziente: accettando l’egocentrismo, l’orgoglio e l’esibizionismo del paziente nel caso del transfert speculare, e accogliendo di venire idealizzato nel caso del transfert idealizzante.
Sin dalle prime sedute, il terapeuta in base ad una serie di elementi (le affermazioni del paziente e i suoi traumi infantili, il controtransfert, le reazioni del paziente ai suoi interventi) deve cercare di formulare delle “teorie” per ciascun paziente.
Per quanto riguarda i traumi infantili del paziente, questi possono avere svariate cause:

  • Shock traumatici. Se si presenta un evento catastrofico improvviso, il bambino tenderà a viverlo come una punizione e a prendersene le colpe. Più grave è l’evento, maggiori saranno i sensi di colpa e di responsabilità. Inoltre, comincerà a credere che le catastrofi possono avvenire in qualsiasi momento e che per trovarsi preparato ad affrontarle dovrà essere sempre sveglio e attento (Es. Con la morte di un genitore = il bambino si sente responsabile e può reprimere la rabbia per non danneggiare nessun altro).
  • Sottomissione a genitori inadeguati. Come sottolineato già in precedenza, il bambino considera i suoi genitori al di sopra di tutto e ai fini dell’adattamento deve mantenere con loro un saldo legame. Praticamente, fa di tutto per adeguarsi alle loro aspettative e giunge a credere che il modo in cui viene trattato sia quello giusto, quello che merita (Es. Con genitori abusanti = il bambino si sente colpevole e si vergogna).
  • Identificazione con genitori inadeguati. In questo caso il bambino, considerando i genitori come modelli di comportamento, assimila il modo in cui relazionarsi agli altri (Es. Con genitori poco affettuosi = il bambino può avere difficoltà ad essere, a sua volta, affettuoso con gli altri).
  • Senso di colpa del “sopravvissuto”. Ne soffre chi crede di essere stato più fortunato dei genitori e dei fratelli; di conseguenza, non riesce a godersi i privilegi che ha o se lo fa, poi si punisce per averlo fatto (Es. Se un fratello non ha avuto successo = il bambino, da adulto, può entrare in depressione proprio dopo un successo personale).

Altro elemento fondamentale del paziente, già citato, sono i test che mette in atto nei confronti del terapeuta. Spesso è semplice individuare quando ciò avviene: quando suscita forti emozioni nel terapeuta; quando spinge affinché il terapeuta intervenga; quando diventa visibilmente provocatorio; infine, quando ha un atteggiamento diverso dal solito (più sconsiderato o autodistruttivo). Il terapeuta che percepisce che il paziente lo sta mettendo alla prova è avvantaggiato e si porta sulla buona strada per aiutarlo, soprattutto se riesce a superare il test. Se, invece, non riesce a capire cosa il paziente vuole davvero deve discuterne con lui nel corso della terapia e fargli capire che può pigliarsi tutto il tempo necessario per prendere una qualsiasi decisione e che lui lo sosterrà in ogni sua scelta ragionevole.
Il terapeuta attraverso il suo approccio, il suo atteggiamento, le sue reazioni ai test e le sue interpretazioni può mettere il paziente nella condizione di sentirsi finalmente al sicuro, di poter affrontare i pericoli che le sue credenze patogene gli fanno prevedere e di lavorare per disconfermarle. Questo approccio deve però essere controllato caso per caso, in base a quelle che sono le credenze specifiche di ogni paziente.
Quest’ultimo, a seconda delle reazioni e dei comportamenti del terapeuta, può rispondere in due modi: essendo meno ansioso, più rassicurato e fiducioso se sente che il terapeuta condivide i suoi piani (il terapeuta potrà concludere di aver superato i test del paziente); essendo più insicuro, più angosciato e difensivo se avverte che il terapeuta si oppone ai suoi piani (il terapeuta dovrà pensare di essere sulla strada sbagliata). In particolare, il paziente trae maggiori benefici quando il terapeuta fa risalire il suo comportamento a particolari esperienze infantili e attribuisce a questo una funzione adattiva o il raggiungimento di obiettivi morali inconsci. Inoltre, il terapeuta non deve essere neutrale ma deve diventare alleato del paziente: deve, cioè, impegnarsi nel tentativo di disconfermare le credenze patogene del paziente e di perseguire i suoi obiettivi.
In merito alle interpretazioni del terapeuta, queste risultano fondamentali in quanto possono dotare il paziente di spiegazioni che possono aiutarlo a comprendere la sua psicopatologia e i suoi sintomi, alla luce delle sue esperienze infantili e del suo tentativo di affrontarle. Il terapeuta, però, non deve interpretare l’atteggiamento fastidioso del paziente appena si palesa; deve prima dimostrare di essere in grado di affrontare le critiche e i lamenti del paziente. Se l’interpretazione, invece, avviene troppo presto, il paziente può pensare che il terapeuta lo stia rimproverando per difendersi. Se rimedia e recupera rapidamente, questa sua momentanea alterazione non risulta essere dannosa per il paziente, anzi. Il terapeuta anche in questo caso diventa per lui un modello: il paziente impara che ci si può riprendere anche in seguito ad un momento di confusione. Una buona interpretazione può fornire al paziente una visione più ampia, della sua vita e delle sue difficoltà; può rispondere ad una sua domanda incoscia; può, infine, aiutarlo a capire e a perdonarsi determinati comportamenti. Risulta, invece, inutile quando il paziente incosciamente non vuole accettarla. E se l’interpretazione non è consona al piano del paziente, questo può non migliorare o addirittura interrompere la terapia. Ma, nella maggior parte dei casi, l’interpretazione dona al paziente un senso di sicurezza perché attraverso questa è come se il terapeuta gli assicurasse implicitamente che non si comporterà come prevede.

dott.ssa Giorgia Tisci (04 dic. 2007)

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